Un nuovo attacco alla libertà arriva dall’Iran. Il “padre” dei blogger, Hossein Derakhshan, è stato condannato a 19 anni di reclusione. Avrebbe “collaborato con i Paesi nemici dell’Iran, diffuso propaganda contro il governo, favorito l’azione di gruppi controrivoluzionari e insultato l’Islam”.

Cosa si nasconde dietro queste accuse? Mentre il sito filogovernativo “Mashreghnnews.ir”rassicura i familiari, dichiarando che il blogger potrà ricorrere in appello, dai palazzi trapela la notizia secondo cui durante il periodo di detenzione di Derakhshan sarebbero stati violati i più basilari diritti umani e che, addirittura, si starebbe discutendo di condanna a morte.

Possiamo parlare di colpe reali? La biografia di Hossein risulta alquanto contraddittoria, tra gli scandali rilevati dal governo iraniano c’è il suo viaggio nello stato di Israele, nazione che l’Iran non riconosce, alla quale il blogger ha potuto accedere grazie al passaporto e alla cittadinanza canadese. Pare che Hossein volesse mediare le tensioni tra i due paesi, dando una diversa interpretazione da quella fornita dai rispettivi governi.

Nel 2003 crea il sito “Stop censoring us”, contro la censura del governo iraniano sulle reti mediatiche, ma nel 2004 gli ayatollah agiscono direttamente sull’attività del blogfather. D’altro canto, Alessandra Cecolin, sua compagna di studi, riferisce che Hossein aderisce all’ala più conservatrice dell’Iran e che la sua famiglia è molto vicina a Khamenei, la guida suprema dello Stato.

Come sempre accade in questi casi, la chiarezza non è l’elemento che caratterizza la vicenda. Intanto su facebook è stato subito fondato un gruppo per la sua liberazione con relativa petizione. Sembra surreale credere che, in un mondo completamente invaso dalla tecnologia del web, dalle infinite possibilità che il web offre indistintamente a tutti, in una parte del pianeta in cui la libertà sembra essere un lusso, qualcuno possa rischiare di perdere la vita, solo perché ha espresso la propria personale opinione. Ancora.