9 gennaio 2010 - Ogni tanto si sente o si legge di qualche politico o qualche economista che propone o propugna l’uscita dall’Euro e il ritorno alla Lira o comunque ad una valuta non amministrata dalla BCE, ma dalla Repubblica Italiana.
Sia i proponenti che i commentatori di questo tipo di proposte di solito si limitano a considerare la questione dal punto di vista del sistema paese Repubblica Italiana, ma raramente, per quanto visto fino ad ora praticamente mai, qualcuno spinge le proprie considerazioni fino a coinvolgere la Sicilia ed i Siciliani.
Uscire dall’Euro e riadottare la vecchia Lira o una valuta gestita comunque non a livello continentale, converrebbe alla Sicilia ed ai Siciliani?
Il fatto che spesso questo tipo di proposte arrivino da esponenti Padani, anche di primo piano, dovrebbe essere abbastanza per indicarci la strada buona per arrivare alla risposta.
Il motivo principale per cui queste persone propongono il ritorno alla Lira, e quindi ad una gestione più Italiana e non Europea della valuta, è quello che essi vorrebbero poter utilizzare, o comunque avere a disposizione, lo strumento della svalutazione competitiva della moneta.
Dall’adozione dell’Euro in poi, la competitività di alcuni paesi, che gli Anglosassoni nemmeno troppo scherzosamente chiamano “Pigs” (“Maiali“, e cioè Portogallo, Italia o Irlanda o entrambe a seconda della stagione, Grecia e Spagna) non ha fatto che diminuire, specialmente al confronto negli ultime anni con la competitività della principale economia dell’Unione, quella Tedesca.
Uno dei motivi principali è quello che in generale la competitività della Germania aumentava nei confronti di alcuni di questi paesi, sicuramente l’Italia, anche prima dell’adozione dell’Euro, in special modo prima dell’unificazione Tedesca, e che invece che cercare di correggere le ragioni di questa tendenza, i politici e le classi dirigenti Italiane preferivano utilizzare l’opzione della svalutazione monetaria per guadagnare competitività senza dover affrontare i necessari interventi strutturali.
Dal punto di vista dei politici, più che il buon cuore, il motivo che spinge a scegliere l’opzione della svalutazione competitiva è spesso l’amor di poltrona, perché gli interventi strutturali spesso possono diventare cose come l’aumento dell’età pensionabile o la flessibilizzazione del mercato del lavoro, o l’abolizione di cose come l’articolo 18, cose che anche quando diventano assolutamente necessarie, sono dolorose, almeno inizialmente, per larghe fasce della popolazione, e sono quindi difficili da spiegare e da fare accettare.
Ma perché la competitività della Germania o di altri paesi del Nord Europa tende ad aumentare più di quella di paesi come l’Italia? Il motivo principale è che gli incrementi salariali in Italia non determinano in generale gli stessi aumenti di produttività che determinano altrove, cioè quando lo stipendio aumenta in Germania, i Tedeschi riescono a produrre di più e con più qualità, cosa che non avviene con la stessa frequenza in Italia (ma anche negli altri paesi membri del Pigs club).
La svalutazione monetaria non è però una soluzione definitiva o addirittura non è nemmeno auspicabile, anzi.
Le svalutazioni sono infatti moralmente sbagliate perché colpiscono immeritatamente i risparmiatori, sono politicamente e diplomaticamente molto discutibili, perché sono strumenti mercantilisti tramite i quali si cerca di guadagnare artificiosamente competitività nei confronti dei propri vicini o concorrenti, e servono al limite soltanto a ritardare o al massimo a postporre gli interventi strutturali necessari e dolorosi che le classi dirigenti non hanno il coraggio di fare oggi e che quindi cercano di postporre a domani, con l’ovvia conseguenza che nel frattempo, come si direbbe in Siciliano, a cira squagghia e a prucissiuni un camina.
Per quanto riguarda la Sicilia ed i Siciliani, il punto importante è che le svalutazioni favoriscono di più chi ha una minore produttività, ad esempio perché ha stipendi più alti, e sfavoriscono di meno chi ha redditi più elevati.
Non vi dice niente questa cosa? Nella Repubblica Italiana gli stipendi medi sono più bassi al Sud che al Nord, anzi, sono più bassi in Sicilia che altrove, ed i Siciliani hanno anche il PIL pro capite più basso. Questo significa che quando c’era la Lira ogni volta che si svalutava, il nord guadagnava competitività non solo rispetto agli altri sistemi paese, ma anche rispetto all’economia Siciliana, e non solo, dato che i Siciliani avevano in partenza meno Lire in mano, subivano proporzionalmente gli svantaggi delle svalutazioni (l’aumento di tutti i beni e servizi acquistati al di fuori dall’Italia) molto più che gli abitanti del resto della Penisola, soprattutto di quelli in Padania.
Ma c’è di più: dato che acquistare beni prodotti al di fuori del sistema paese Italia diventava ad ogni svalutazione molto più difficile per i Siciliani, i Siciliani erano costretti a comprare i beni prodotti in Italia, e dove si producevano e si producono i beni perlopiù in Italia? Ma in Padania!
E dato che si producevano e si producono i beni perlopiù in Padania, dov’è che è sempre convenuto di più creare nuove infrastrutture, autostrade, ponti, ferrovie, doppi binari, alta velocità, aeroporti o la qualsiasi? Oramai l’avrete capito, in Padania.
Non deve certo sorprenderci che i principali rappresentanti politici dell’imprenditoria Padana, e di una certa cultura Padana, abbiano nostalgia della Lira e delle svalutazioni competitive, Cicero pro domo sua, ma mi meraviglierei che vi fosse qualche Siciliano che la condividesse.
Le riforme strutturali, per quanto dolorose, sono necessarie, e sono, soprattutto per la Sicilia, molto più convenienti che un ritorno alla Lira o alle svalutazioni competitive, ed alla fine da queste finirebbe per guadagnarci anche, ma stavolta non solo, la Padania.
Chi propone e sogna la notte di uscire dall’Euro e riadottare la vecchia Lira o una valuta gestita comunque a livello del sistema paese Italiano, sogna in definitiva di far ricadere la Sicilia ed i Siciliani in un circolo vizioso di dipendenza che dovremmo veramente sperare di non rivedere mai più.
Vien da chiedersi infine perché mai quando nei media in lingua Italiana si commenta su questo tipo di proposte, sia così raro che qualcuno faccia notare che le svalutazioni mentre possono servire a ritardare l’applicazione di dolorose riforme strutturali al nord, sono sempre e comunque deleterie per il sud, specialmente una vera e propria fregatura per la Sicilia ed i Siciliani.
[...] » Fonte Post pubblicato sabato 09 gennaio 2010, 08.25 Ultim'ora [...]
Analisi sbagliata e priva di fondamento. La svalutazione (a cambio fisso)favorisce le esportazioni ma rende più care e gravose le importazioni. Tutti i paesi con deficit commerciali (come i PIIGS) o comunque con pesante bilancio statale hanno, prima o poi, attuato la svalutazione. La Germania sta applicando a livello europeo una politica di rigore e di stabilità della moneta unica con bassi tassi di interesse e bassissimo prezzo del denaro per aumentare la sua produttività e mantenere bassi i salari. In economia si chiama “deflazione competitiva”. In pratica le imprese tedesche si sono arricchite e hanno raggiunto elevatissimi profitti mantenendo basso il costo del lavoro e favorendo i consumi interni, cioè evitando o boicottando i prodotti dei cosiddetti “PIGS”, non perchè la competitività fosse maggiore. E’ un trucco. Questo la Francia l’ha capito. Questa politica economica sta portando il governo a imponenti tagli sulla spese pubblica proprio per mantenere bassa l’inflazione e il debito pubblico per continuare a mantenere stabile l’euro. La Germania sta facendo enormi non solo all’Italia, ma a tutta Europa. Sta danneggiando la Francia che ha un deficit commerciale enorme, ad esempio. Spero nel ritorno alla lira perchè con la lira si poteva vivere, mentre l’euro ci sta distruggendo: l’Italia sta seguendo la via tedesca di deflazione competitiva con tagli alla spesa pubblica draconiani. L’unica soluzione sarebbe la lotta all’evasione fiscale, ma è un’impresa impraticabile in Italia per noti motivi.
Analisi oserei dire demenziale. L’assenza della svalutazione competitiva ha reso meno competitivi i prodotti italiani nel loro complesso anche quelli del meridione e si pensi un attimo alle produzioni agricole e a quante agevolazioni hanno avuto con l’euro i prodotti agricoli francesi rispetto a quelli del ns meridione. Pensate un attimo anche al danno ricevuto dal ns turismo.
Sulle riforme strutturali che sarebbero da preludio al raggiungimento da parte ns di una maggiore competitività e che sarebbero eluse con la svalutazione competitiva andrebbe fatta anche una considerazione. Il danno che arrecherebbero queste c.d. riforme strutturali permetterebbero poi all’economia di riprendersi(v.Argentina) e anche ammesso, non dimentichiamoci che se all’epoca della lira in cui era molto in uso questa pratica l’elemento scatenante non era tanto una sorta di scelta di comodo da parte del ns sistema paese ma gli alti tassi di interesse che si sono generati dopo il 1982 a seguito del noto divorzio tra ministero del tesoro e banca d’italia (fu tolto l’obbligo per la banca d’italia di comprare i titoli pubblici invenduti emessi dallo stato italiano)e a seguito della ns entrata nello SME che doveva essere di preludio all’euro.. L’aumento del debito pubblico che così si è scatenato avrebbe impedito gli interventi equilibratori dello stato nel caso di riforme strutturali o ulteriori aumenti di spesa in infrastrutture nazionali.
Si ricorda infine che con la svalutazione si colpisce il debito ma nella sua essenza monetaria e a rimetterci sono sempre i creditori. Tra questi i piccoli risparmiatori restano sempre una minoranza, data l’elevata concentrazione in poche mani della ricchezza.
Ciò nonostante,ora, uscire fuori dall’euro recherebbe gravi danni, casomai è stato sbagliato entarci nel 2002 (troppo presto per noi , non eravamo pronti). La cosa triste è che usciremo comunque,anche senza volerlo, e vedrete che così i danni saranno ancora peggiori con possibile egemonizzazione o acquisto della maggioranza del ns patrimonio industriale da parte di Germania e Francia.