La gigantesca maschera funeraria in cartapesta di Agamennone con tanto di graffiti metropolitani che campeggia nel foyer del “Teatro Massimo” sta lì a ricordare quanto possa essere attuale il mito e nello stesso tempo antiche le radici di una istituzione culturale, quella del “Bellini”, finalmente proiettata - dopo le vicende che l’hanno ultimamente travagliata tra scioperi, proteste e le dimissioni non più revocate del soprintendente Fiumefreddo – verso quella catarsi splendidamente inaugurata con l’”Elektra” di Richard Strauss.

Questo secondo appuntamento della stagione lirica 2010 è un infatti esperimento perfettamente riuscito di teatro-spazio. Al di là delle qualità interpretative dell’orchestra etnea (diretta da Will Humburg), del Coro del Maestro Tiziana Carlini e di tutti gli interpreti – gli uni e gli altri di livello assoluto – il testo di Hofmannsthal, lontano dalla compostezza classica sofoclea, che sul pentagramma di Strauss diventa espressionistica tensione, si raggruma in un unico tesissimo atto grazie anche ad un allestimento registico, a cura di Gabriele Rech, originale e coinvolgente.

Questa “Elektra” è infatti una moderna ricognizione del mito, uno scavo impregnato da una pastosa filigrana psicoanalitica, con personaggi al limite dello squilibrio mentale e nell’allestimento la scena dilatata all’intera platea insieme all’inversione della posizione dell’orchestra – questa volta sul palco – innescano un affascinante straniamento: la corte del palazzo è ovunque, proprio lì dove Elektra, reietta in casa, mangia con i cani della reggia, nera di dolore per l’assassinio del padre Agamennone, monade folle e lucidissima di nemesi.

Il teatro è così solo una cavità informe e lacerata su una distesa cruda di sanguigna terra - la tomba di Agamennone – prosciugata riviera di sangue, esplicito riferimento alla geografia morale del male.
In una atmosfera cupa e livida, da bolgia infernale, Elettra medita e piange sulla sua condizione disperata che l’odio solo alimenta. Sulla soglia, si rifiuta di entrare nella sua stessa casa macchiata di quel sangue di cui sono intrise anche le sue mani.

Dal sogno attraverso la predizione e fino al delitto. La dirompente, tenebrosa, nerissima presenza scenica di Janice Baird nel ruolo della protagonista, declina straordinarie capacità vocali ed espressive catalizzando letteralmente la tensione drammatica: è lei che tenta di condurre alla vendetta la sorella Crisotemide, con tanto di candido tulle, allettata più da un normale destino da sposa che da propositi delittuosi (Elena Nebera ne interpreta con efficacia tutta la fragilità).

È sempre Elektra a scagliarsi contro la sfrontata Clitemnestra (una irruente Renè Morloc), a diventare “il sangue perso di Agamennone” quando ritrova, accovacciato nell’ombra il fratello Oreste, (il monolitico Stefan Adam) pronto a compiere l’opera contro la madre e l’amante-marito Egisto (Roman Sadnik) ripugnante e glamour come un pappone postmoderno.

Insomma questa Elektra, che ha seminato terrore e raccoglie gioia, nella scena finale da grand-guignol libera col sangue dei parricidi e col suo anche il teatro-prigione che letteralmente apre le sue quinte. Come dire: anche il “Bellini” è finalmente liberato.

Applausi trionfali non solo meritati ma dovuti.