Sono senza dubbio parecchi i giovani che stanno studiando all’università e al contempo lavorano per mantenersi gli studi. Frequentano le lezioni di giorno, quando possono; stanno sui libri la notte, dopo aver lavorato da qualche parte.

Con l’obiettivo della laurea, del ‘pezzo di carta’ che dovrebbe dare una svolta alla vita, realizzando un sogno professionale che coincida con quello ‘esistenziale’.

Dovrebbe, per l’appunto. Meglio utilizzare il condizionale che il futuro prossimo. Ne abbiamo parlato abbondantemente sul terzo numero de Il Sud, dedicato ai giovani, alle loro speranze dissilluse, al fatto che viviamo in una terra in cui non essere vecchi non è affatto una fortuna.

Situazione confermata, purtroppamente (come direbbe Cetto Laqualunque), dai dati ricavati da AlmaLaurea, consorzio interuniversario.

I giovani laureati, innanzitutto, sono disoccupati. Chi si è accaparrato, dopo anni di sacrificio e spese, una laurea specialistica, potrebbe far parte del 16,5% che non ha un posto di lavoro, cercandolo disperatamente o meno, in base al livello di rassegnazione raggiunto.

Quelli che hanno la fortuna di avere trovato un lavoro, poi, sono soprattutto precari: rappresentano il 50% del campione della ricerca. Uno su due, insomma, ha il futuro oscuro. Il tempo indeterminato è roba di privilegiati. C’è pure un 10% che un contratto non ce l’ha, che lavora nel sommerso (sono soprattutto veterinari e architetti).

E parliamo di stipendio. Il laureato ‘specialistico’ guadagna 1149 euro. Una cifra che, stando ai tempi, non ti permette neanche di arrivare alla metà del mese, se hai casa, le bollette da pagare e se vuoi dare un senso al frigorifero. E poi un elemento da ‘8 marzo‘: le buste paga delle donne sono più leggere di quelle degli uomini.

È proprio vero. L’assurdità di quest’epoca è che i giovani stanno peggio dei padri. E ci si chiede, sempre di più: a che serve laurearsi?

Fonte: Corriere della Sera