E’ stato senza dubbio uno dei protagonisti della scena politica siciliana ed in particolare di quella catanese. Tuttavia Lino Leanza, che per un breve periodo è stato anche presidente della Regione facente funzioni, avrebbe potuto ottenere molto di più ciò che ha avuto dalla sua carriera, anche se probabilmente si è trattato di una scelta voluta.

Una valutazione dettata innanzitutto da una psicosi comune a tanti, quella per l’aeroplano, che lo lasciato a terra, in Sicilia, e lontano dai palazzi romani che contano. Una scelta a vantaggio di altri, dunque, dai quali si è fatto deliberatamente superare, perché per lui era giusto così.

Una paura, il volo, che di fatto si rifletteva sul suo essere politicamente prudente fino allo sfinimento. Leanza era un doroteo nell’accezione più alta del suo significato, un paladino della mitezza che tante volte si è rivelata la sua forza politica più intensa. Aveva la capacità di mediare situazioni apparentemente inconciliabili, di tessere rapporti e avvicinare mondi lontanissimi già all’interno del suo universo politico.

Lo ha fatto a Catania ai tempi della sindacatura Scapagnini, quando era responsabile della task force lavoro del Comune, nei suoi rapporti con i sindacati e con le forze politiche che sostenevano il sindaco venuto da Napoli, ma ci è riuscito soprattutto a Palermo durante il travagliato governo Lombardo dove, da capogruppo del Mpa all’Ars, ha dovuto fare i conti con le maggioranze variabili di quell’esperienza e con ciò che stava capitando al governatore.

Proprio del progetto autonomista, Leanza è stato fondatore e frontman, ma ha sempre riconosciuto la leadership a Lombardo dal quale si separò solo dopo un tira e molla lunghissimo, frutto di quella solita prudenza che in politica sembra essere passata di moda. Proprio quando si consumò lo strappo con l’Mpa, lo chiamammo di notte. Rispose. Perché anche con i giornalisti è stato sempre disponibile (anche se non mancate le frizioni, come è logico che sia): merce rara fra gli astri nascenti della politica.

Ecco perché tutte le volte che ha varcato un Rubicone è sembrato più un arrivederci che un duro addio: si pensi, ad esempio, al congedo dalla sua creatura, Articolo 4, quando augurò buona fortuna a chi rimaneva in quella compagine.

La dimostrazione palese è stata la pletora di personaggi politici (molti dei quali ancora oggi non si parlano l’un l’altro) che si sono in questi mesi di degenza all’ospedale si sono avvicendati al sua capezzale.

Con ciascuno di loro Leanza ha condiviso un pezzo del suo percorso politico, ma forse solo a qualcuno ha sussurrato di quella brutta malattia: l’ha affrontata in punta di piedi, con la riservatezza e la prudenza di sempre. Con la sua forza, insomma.