“Un governo completamente nuovo”, “una giunta di alto profilo”, “Crocetta ha segnato una svolta autentica”,  “e Crocetta rivoluzionò veramente”.

Sono soltanto alcuni dei commenti politici o titoli giornalistici che stiamo leggendo in queste ore sui quotidiani locali. E la politica, l’Assemblea Regionale Siciliana, si è ritrovata quasi tutta d’accordo sull’idea di proseguire l’esperienza Crocetta. Alla fine bastava il sacrificio della giovane Scilabra o della bergamasca Stancheris per assicurare la prosecuzione di una esperienza di governo che tra innesti rivoluzionari e scelte conservative è considerato più o meno da tutti (tranne i 5 stelle e Forza Italia) se non altro un tentativo irrinunciabile per il bene della Sicilia e dei Siciliani.

Ma ciò che qui vogliamo mettere in evidenza è una aspetto che pare trascurabile a quasi tutti i commentatori e sembra ormai diventata una consuetudine per l’inaugurazione di tutti i governi: c’è una giunta (forse), ci sono gli assessori ma non ci sono le deleghe.

All’uomo comune, quello che è abituato a scrivere il proprio curriculum o a lavorare sul mercato, può sembrare un’assurdità. Quando si è mai visto un concorso pubblico, un’assunzione in azienda privata o un incarico di consulenza senza che si conosca prima il perimetro entro il quale un candidato o un incaricato dovrebbe svolgere la propria attività professionale o lavorativa.

Qui il perimetro è ampissimo. È quello della politica, del potere fine a se stesso, della sopravvivenza elettorale, della finanza pubblica e della gestione collettiva. Le competenze e le esperienze specifiche e curricolari rivestono un ruolo secondario, non essenziale, trascurabile. Anzi, la necessità di attribuire le deleghe dopo la nomina offre la possibilità di istituire e gestire un secondo livello di trattativa politica.

Prima i nomi e le appartenenze e poi, se ci sono bene se non ci sono pazienza, anche le competenze.