La durata varia, da alcuni giorni a mesi interi. Dipende dall’importanza degli atti e dal numero degli imputati. Quella del processo al senatore del Pdl Marcello dell’Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, giunta al secondo grado di giudizio, è già iniziata da cinque giorni.

In primo grado è andata oltre i 13 e si è conclusa in tribunale l’11 dicembre del 2004 con la condanna a nove anni dell’imputato.

I giudici della seconda sezione della Corte d’appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall’Acqua, da cinque giorni sono riuniti in camera di consiglio, nel complesso dei Pagliarelli, per valutare la ponderosa documentazione del procedimento. Un periodo prolungato, giustificato dalla complessità del processo e per discutere cosa è avvenuto durante il secondo dibattimento.

A raccontare ai lettori di BlogSicilia come si svolge la vita e cosa avviene all’interno di una camera di consiglio è Alfonso Giordano, presidente di Corte D’Assise del primo Maxi processo alla mafia, iniziato il 10 febbraio del 1986 e conclusosi il 16 dicembre del 1987, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone.

Insieme a un altro magistrato togato e a sei giudici popolari ha emesso verdetti per 477 imputati, rinviati a giudizio, 119 dei quali furono processati in contumacia, poiché ancora latitanti (Salvatore Riina era uno di loro). Fra gli imputati c’erano Luciano Liggio, il predecessore di Riina, che decise di assumere autonomamente la propria difesa, Giuseppe Pippo Calò e Michele Greco, il papa che comandava dalla sua abitazione di Ciaculli e Croceverde e Giardini.

“Avevo 54 anni – racconta il presidente Giordano – incominciavamo la mattina alle 8,30. Insieme a me un altro giudice togato, Piero Grasso, l’attuale Procuratore nazionale Antimafia, e 6 giudici popolari.

Siamo stati in camera di consiglio per 35 giorni, senza avere alcun contatto con l’esterno. Tutto è studiato e pensato affinché i giudici possano valutare e decidere senza avere riferimenti altrui. Non siamo mai usciti, anche se una sentenza della Cassazione non dice espressamente che non si debba uscire o avere rapporti, ma è buona prassi non prestare il fianco ad accuse di contaminazione.

Si andava avanti per tutta la giornata valutando e confrontando gli atti su ogni singolo imputato. All’ora dei pasti ci bussavano per comunicarci che la cucina era libera e così ci sedevamo a mangiare nella stanza da pranzo, che poi era una cucina. Dopo un breve riposino, si riprendeva la discussione, il confronto e la lettura di migliaia di atti processuali. La sera poi la cena, sempre in isolamento. A fine giornata si andava ciascuno in una stanza allestita per la notte.

È una cosa tremenda – confida Giordano – ci si sente in uno stato di detenzione. In 35 giorni i nervi possono saltare e io in qualità di presidente sono dovuto intervenire più di una volta per calmare qualche giudice popolare che ha avuto momenti di insofferenza.

Sulla camera di consiglio in corso per la sentenza Dell’Utri, Alfonso Giordano non ha dubbi. “Le regole in questa situazione sono uguali per tutti. Penso che i componenti del Consiglio stiano vivendo, sebbene con migliaia di atti in meno, le stesse condizioni che noi affrontammo per 35 giorni”.

Previsioni? “Non posso fare nessuna previsione perché non conosco gli atti né quelli di primo grado né quelli di secondo. Penso che la Corte sarà in grado di fare giustizia”.