Scalpore, incredulità, chiacchiericcio. La circolare firmata questa mattina dal professore Marco MusellaDipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli, in cui c’è scritto nero su bianco che “L’Università non è un santuario religioso, ma la decenza va preservata lo stesso”, è stata accolta dagli studenti da un lato con entusiasmo e dall’altro con scetticismo.

Cosa vuol dire? Un abbigliamento adeguato è adesso – finalmente – richiesto, oltre che nei luoghi sacri, anche all’interno delle Università. Ma c’è di più. Nella circolare, che in pochissimo tempo ha fatto il giro del web, si legge anche che è “vietato mangiare nei corridoi dell’Università, gettare a terra carte, cicche di sigarette e chewing gum, evitare posture fisiche eccessivamente rilassate (ovvero sdraiarsi comodamente o mettere i piedi su tavoli e sedie) e indossare abili di stile vacanziero (vestiti troppo corti, pantaloncini, shorts, bermuda, canottiere, ma anche ciabatte e zoccoli).

Se su alcuni punti non si può che essere tutti concordi – chi vuole trovarsi una gomma da masticare appiccicata sotto la suola? – su altri sono nati dei dibattiti. E tra gli “era ora” delle studentesse e gli ironici “che tragedia” dei loro colleghi, ecco come commentano la novità gli universitari catanesi, anche loro spaccati tra chi ha ben accolto la notizia e chi proprio non riesce a digerirla.

Federica ha frequentato le scuole superiori in un Istituto privato, dove le suore non accettavano sandali e pantaloni alla caviglia. «Sono stata cresciuta così – dice quando sente la notizia della circolare di Napoli – forse hanno esagerato i miei insegnanti a scuola, ma dall’altra parte all’Università ho visto gente fare esami con shorts inguinali e canottiera che io a stento indosso per andare a mare! E’ una vergogna che va punita, anche perché l’Università dovrebbe essere il preludio al mondo del lavoro dove è doveroso avere un abbigliamento consono. A meno che non si faccia il bagnino».

«Io sono d’accordo sul vietare gli shorts, ma non le scarpe aperte – commenta Ilaria. Bisogna assolutamente vestirsi decenti per andare all’Università, ma non credo che andarci con le scarpe aperte voglia dire essere indecenti».

«Adoro gli shorts – dice invece Valentina – e non li metto per attirare l’attenzione, ma perché sono pratici e quando fa caldo li preferisco ai jeans! Certo magari bisognerebbe evitare di “far vedere le chiappe”. Inoltre personalmente non credo di dare fastidio quando mangio uno spuntino nei corridoi».

E i professori – che come gli studenti trascorrono molte ore all’interno delle Università- cosa ne pensano?

«Per come la vedo io – spiega il professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Catania, Davide Bennato – dipende dallo spirito con cui è stata diffusa la circolare. Se lo scopo è intimidatorio, ovvero un modo per controllare ulteriormente gli studenti, la cosa non mi vede d’accordo, dato che l’Università è anche il luogo della libertà dei ragazzi.

Se la circolare invece vuole ricordare che bisogna anche rispettare le regole della buona educazione frequentando l’edificio universitario, questa posizione mi vede molto favorevole. Troppo spesso, infatti, alcuni studenti scambiano la cattiva educazione con l’informalità. Perciò ben venga il rispetto per la sede universitaria, a patto che sia una necessità di convivenza civile e non regole per rinforzare i formalismi».

Secondo la sua opinione questi divieti arriveranno anche negli atenei di Catania? E, soprattutto, verranno rispettati? «L’aria che tira è che queste regole possano arrivare anche all’Università di Catania. Personalmente ho visto delle manifestazioni di gioia per festeggiare la propria laurea che avevano ampiamente superato il concetto di decenza. Il mio dipartimento (Scienze Umanistiche) è ospitato in una prestigiosa sede storica, l’ex monastero dei Benedettini, e quando vedo la sciatteria nel trattare lo spazio universitario da parte di alcuni studenti la cosa mi innervosisce.

Spero che non ci sia la necessità di formalizzare il comportamento degli studenti, ma spero anche che gli studenti abbiano maggiore responsabilità verso gli spazi universitari comuni e il rapporto con gli altri. Docenti compresi».