“Voglio parlare, voglio liberarmi di un peso. L’altro ramo della famiglia mi ha lasciato sul lastrico con una manovra spregiudicata”. Così Angelo Niceta (rampollo di una famiglia palermitana di commercianti dell’abbigliamento, il cui patrimonio di circa 50 milioni è stato sequestrato per mafia) che insieme al padre Onofrio è fallito e ora è anche sotto processo per bancarotta semplice, ha deciso di vuotare il sacco e ha parlato con i magistrati della Dda di Palermo, Pierangelo Padova e Nino Di Matteo.

I magistrati hanno depositato i verbali (che contengono molti omissis) alla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo e il giorno prima del deposito Angelo Niceta è stato ammesso al programma di protezione previsto per i testimoni di giustizia. Il nuovo collaboratore ha rivelato che lo zio Mario era in affari con il boss del quartiere palermitano di Brancaccio Giuseppe Guttadauro.

E che proprio i rapporti con Cosa nostra hanno convinto il padre di Angelo a rompere ogni legame con il fratello: i due avevano messo su la prospera attività commerciale; ma Onofrio si defilò dalla gestione dopo l’acquisto da parte del fratello di una società di calcestruzzi, dietro la quale si sospetta ci sia il boss Guttadauro. Angelo Niceta accusa anche i cugini Massimo, Piero e Olimpia, che dopo la morte del padre Mario hanno ereditato il patrimonio poi sequestrato.

Finora due pentiti, Angelo Siino e Tullio Cannella, avevano accusato i Niceta di essere “imprenditori collusi”. Uno dei cugini di Angelo, inoltre, è sospettato di avere rapporti con il boss latitante Matteo Messina Denaro.