Quando nel 1960 il grande Bruno Pastena ricostruiva la vita e l’opera del romano Federico Paulsen (1861-1943), ripercorrendo le tappe degli studi sull’ibridazione effettuati in Sicilia, citava il «modesto quanto perseverante studioso Antonio Ruggeri».

Un proficuo e duraturo rapporto di collaborazione legò fra loro questi due grandi scienziati, entrambi direttori di Vivai Governativi ed ibridatori di successo. Grazie a loro, ma anche grazie all’importante contributo di Clemente Grimaldi (1862-1915) – che nella sua Modica elaborò diversi ibridi, tuttavia caduti ben presto nell’oblio – la Sicilia diventava tra la fine dell’Ottocento ed i primi decenni del secolo successivo un prestigioso laboratorio, dove videro la luce incroci destinati ad avere, soprattutto nei giorni nostri, una straordinaria diffusione.

Che il Ruggeri – il cui nominativo figura oggi tra i mostri sacri della viticoltura mondiale – fosse modesto, lo testimonia soprattutto la ritrosia che manifestava ogni qual volta si proponeva di lanciare in commercio gli ibridi di sua creazione. Questi, a suo parere, si sarebbero potuti commercializzare soltanto dopo un lungo e prudente periodo di sperimentazione, talmente prolungato da attirare le critiche di chi – è il caso del Montoneri, anch’egli ibridatore – giudicava fin troppo esagerata, eccessiva la prudenza manifestata dallo scienziato messinese.

E modesta è stata in un certo senso anche la sua scomparsa, avvenuta a Spadafora S. Martino l’11 febbraio 1915: venne annunciata da uno scarno necrologio – apparso il successivo 13 febbraio sulla «Gazzetta di Messina e delle Calabrie» – in cui i «parenti desolati» comunicavano mestamente che «alle ore 19,45 in Spadafora [aveva reso] l’elettissima anima a Dio il cav. Antonio Ruggeri direttore dei RR. Vivai di Viti Americane».

Ad eccezione di tale necrologia, nessun articolo, nemmeno un trafiletto apparve, al fine di commemorarne la morte, tra le colonne del principale quotidiano di Messina, città che gli diede i natali e che ancora oggi sembra ignorare questo suo figlio illustre. Soltanto la stampa specializzata diede ampio risalto alla sua scomparsa. È il caso della rivista «La Viticoltura Moderna» (n. 8 del 28 febbraio 1915, pagg, 309-310) – di cui peraltro il Ruggeri era membro del «consiglio di redazione» – che ricordava la figura del grande ibridatore messinese con un nutrito profilo biografico redatto dal direttore Federico Paulsen.

Il Ruggeri nacque a Messina il 15 ottobre 1859 da Antonio e da Carmela Fedele: «da famiglia di patrioti», come ebbe a scrivere nella necrologia appena citata il collega Paulsen, che così ripercorreva gli esordi della sua lunga carriera: «nel 1880 iniziò (…) come Delegato antifillosserico; nel 1884 fu promosso Delegato capo. Dal 1888 al 1889 fu assistente alle cure antifillosseriche».

Nel periodo 1889-1895 gli venne affidata la direzione del Vivai Governativi di Viti Americane di Vittoria e Siracusa. Nel comune ragusano (1894) il Ruggeri iniziò i suoi ventennali studi in materia di ibridazione, allo scopo di individuare una serie di ibridi adatti ai terreni calcarei della Sicilia.

A Vittoria ottenne il primo dei suoi ibridi più importanti: il Berlandieri x Rupestris du Lot n. 42. Nel 1896 venne trasferito a Milazzo, dove il Ministero dell’Agricoltura gli affidò la direzione del locale Vivaio Governativo, il cui territorio di competenza abbracciava l’intera provincia di Messina. Durante la sua decennale permanenza a Milazzo, precisamente nel 1897, creò il suo ibrido più celebre, il cosiddetto «140 Ru», oggi diffuso in ogni angolo del mondo, soprattutto nel bacino mediterraneo.

La decisione di abbandonare Milazzo – dove venne coadiuvato da due validi e competenti collaboratori, Nereo Maggioni ed Ernesto Forte – maturò nel 1906, quando il Ruggeri si trasferì a Messina. Non fu una decisione motivata dal desiderio di tornare nella propria città natale. A determinare il trasferimento fu piuttosto il Roncet, una malattia della vite che da qualche tempo aveva danneggiato il campo di piante madri portinnesti del Vivaio Governativo milazzese.

In un primo tempo, il Ruggeri tentò di porre rimedio all’inconveniente appena citato destinando gran parte della superficie adibita alla coltivazione delle piante madri portinnesti – gravemente colpita dalla malattia – a barbatellaio, diminuendo in tal modo la produzione delle talee ed aumentando nel contempo quella delle barbatelle. Ma, come riferì lo stesso Ruggeri, la «diffusione del Roncet non si arrestò per questo, e il deperimento delle piante madri in appezzamenti, che si erano sino [a quel momento] conservati immuni, aveva reso il vivaio, malgrado i provvedimenti adottati, inadatto alla buona produzione di talee, ciò che mostrava quindi evidente la necessità di cambiare ambiente, per potere continuare a fornire il materiale utile alla ricostituzione dei vigneti», ancora in provincia di Messina abbastanza richiesto.

«E non questo motivo soltanto, sebbene sia stato il principale – proseguiva il Ruggeri – mi consigliò a proporre di rinunciare alla conservazione a Milazzo del vivaio e dell’ufficio proposto a dirigerlo; ma ho dovuto altresì considerare, che essendo oramai in quella plaga ricostituiti tutti i vigneti, ed avendo potuto in dieci anni, coi corsi pratici intorno all’innesto, coll’impiego di numerosi operai di quel territorio in tutti i lavori del vivaio, potuto largamente provvedere, oltre che alla propagazione del materiale occorrente per la ricostituzione, anche alla diffusione delle buone norme per ottenere dalla viticoltura moderna i migliori possibili risultati, erano venuti meno i motivi che avevano giustificato l’impianto del vivaio stesso in località oramai divenuta eccentrica, e certamente poco adatta pei viticultori della provincia, che hanno ancora bisogno di valersi del vivaio e dell’opera del personale che vi è addetto». Tali considerazioni spinsero pertanto il Ruggeri ad impiantare nel 1906 un nuovo vivaio «nelle adiacenze di Messina, dove la sede dell’ufficio di direzione venne trasferita, perché potesse meglio spiegare la propria attività a vantaggio dei molti proprietari della provincia che qui risied[evano] e degli altri che [avevano] spesso occasione di venirvi».

La cessazione di qualsiasi attività nel Vivaio Governativo di Milazzo comportò l’abbandono del vigneto sperimentale che sul finire del 1902 lo stesso Ruggeri aveva impiantato nel piccolo comune di Spadafora S. Martino, allo scopo, tra l’altro, di studiare i nuovi ibridi importati dalla Francia e quelli creati in Sicilia sia da lui che dal Paulsen.

I progetti messinesi del Ruggeri furono però compromessi dai tragici eventi che il 28 dicembre 1908 devastarono la sua città natale: «il disastro immane del terremoto di Messina – scriveva il Paulsen nella citata necrologia – fece crollare la sua abitazione, il Ruggeri rischiando più volte la sua vita con una forza ed una tenacia, che le gravi circostanze sembravano moltiplicare, riuscì a salvare la diletta sorella, rimasta sotto le macerie e ritornando più volte nella casa pericolante potè asportare tutti i registri, i documenti ed i valori appartenenti all’Ufficio. Dando un raro esempio di abnegazione e di correttezza! Scosso dal disastro che aveva in pochi minuti distrutto la sua diletta Messina: crollato l’ufficio e la sua casa. Il vivaio trasformato in un villaggio di baracche per i primi soccorsi, il Ruggeri passò nel 1909 a Spadafora S. Martino, dove con tenace pazienza tornò a ripiantare dei Vigneti Sperimentali per lo studio di nuovi ibridi».

Nominato intorno al 1910 direttore della Regia Cantina Sperimentale di Milazzo, proseguì la sua carriera tra Spadafora S. Martino e Messina, dove venne nuovamente impiantato il distrutto Vivaio Governativo. Nel frattempo la sua salute si comprometteva sempre più. L’11 febbraio 1915 si spegneva a Spadafora S. Martino, nella sua abitazione sita nel «Largo del Mercato». Così il collega ed amico Federico Paulsen ne ricordava, profondamente rattristato, gli ultimi momenti di vita: «malgrado la malandata salute e le sofferenze che lo affliggevano, egli continuò sempre con zelo e con amore i suoi lavori e si può dire che si sia spento sulla breccia, poiché 24 ore prima di morire volle andare a vedere i piantamenti che si eseguivano in un nuovo vivaio che egli stava creando a Spadafora. Questo lavoro continuato malgrado la sua malferma salute , deve aver contribuito non poco alla sua immatura fine. Ma, doloroso a dirsi, dopo il 31° anno di servizio prestato con zelo, con capacità, con scrupolosa correttezza, egli non poteva ambire ad un meritato riposo, né aver dritto a pensione!».

Della lunga carriera del Ruggeri rimangono oggi, oltre agli ibridi 140, straordinariamente diffuso, e 225 (Berlandieri x Riparia), anch’esso abbastanza utilizzato, le diverse relazioni pubblicate nel Bollettino Ufficiale del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio ed i numerosi saggi ed articoli pubblicati, a partire dal 1894, nella rivista «La Viticoltura Moderna», di cui – unitamente a Clemente Grimaldi, Ercole Silva, Leobaldo Danesi (1851-1915), P. La Fauci, Corrado Montoneri e Federico Paulsen (che della rivista era il direttore) – fu per lungo tempo membro del «consiglio di redazione».

Prima di concludere questo breve profilo biografico, si ritiene utile riportare le commosse parole che Federico Paulsen scrisse a conclusione della suddetta necrologia in onore del collega Ruggeri, parole che mettono a fuoco la natura del rapporto che legava tra loro i due grandi scienziati: «alla memoria dell’amico indimenticabile, che mi fu compagno nel lavoro e che a me diede frequenti prove di vero affetto e di sincera stima, vada il mio estremo e commosso saluto».