Carabinieri, polizia e Guardia di Finanza hanno smantellato il clan Tommaso Natale e San Lorenzo. Sono stati eseguiti nella notte, con l’impiego di decine e decine di uomini e mezzi, 95 arresti. Sono tutti ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento ed altro.

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PALAZZOTTO IL BOSS CHE DERIDEVA LE ISTITUZIONI SU FACEBOOK – GUARDA LE FOTO

Le indagini, coordinate dalla Dda di Palermo, hanno consentito di ricostruire l’organigramma dei mandamenti individuandone capi e gregari degli ultimi anni, di accertare la capillare e soffocante pressione estorsiva esercitata da “cosa nostra” in danno di numerose imprese edili ed attività commerciali nonché di riscontrare il diffuso condizionamento illecito dell’economia locale. Sequestrati complessi aziendali per svariati milioni di euro.

Il capo mandamento un finto pensionato 

A Capo del mandamento di Tommaso Natale e Resuttana c’era lui. Girolamo Biondino fratello di Salvatore l’autista di Totò Riina. Era da poco stato scarcerato ed era tornato a comandare il clan e imporre il pizzo a tappeto. Per cercare di non finire di nuovo in carcere Biondino faceva il pensionato. Girava in autobus e non si faceva vedere in giro con altri uomini d’onore. Però secondo gli investigatori era lui a tenere le fila e imporre il pizzo nei mandamenti.

Il boss che su Facebook insultava i pentiti 

Tra gli arrestati anche Gregorio Palazzotto aveva una ditta di traslochi. Secondo gli investigatori è lui il capo della cosca dell’Arenella. Si trova in carcere, ma aveva aperto un profilo Facebook da dove insultava i pentiti. “Non ho paura delle manette, ma di chi per aprirle si mette a cantare”. Attraverso la pagina sui social faceva rivendicazioni contro il sovraffollamento delle carceri e chiedeva l’amnistia.

Svelato dopo 100 anni l’omicidio di Joe Petrosino 

Dopo cento anni si sarebbe scoperto il killer che uccise in piazza Marina a Palermo Joe Petrosino. Una cimice avrebbe raccolto la avrebbe raccolto una frase di Domenico Palazzotto che si vantava delle tradizioni centenarie di appartenenza alla Mafia. “Lo zio di mio padre si chiamava Paolo Palazzotto, ha fatto l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo.Lo ha ammazzato lui Joe Petrosino, per conto di Cascio Ferro”.

Joe Petrosino fu ucciso alle 20.45 di venerdì 12 marzo 1909, con tre colpi di pistola in rapida successione e un quarto sparato subito dopo, poco distante dalla piccola folla che attende il tram al capolinea di piazza Marina. Dagli Stati Uniti era arrivato a Palermo per mettere a segno un colpo alla Mano Nera.

Cosa Nostra cerca leadership unica

Mancano all’appello solo due uomini della cosca di Tommaso Natale e San Lorenzo per i quali la Dda avrebbe emesso un ordine di cattura. Al momento in cella sono finiti in 93. Due sono riusciti ad evitare le manette. Le indagini hanno consentito di azzerare il mandamento che fu di Sandro e Salvatore Lo Piccolo e successivamente diretto da Giuseppe Liga, detto l’architetto.

Nel corso delle indagini sarebbe emerso un notevole ridimensionamento ulteriore del clan di Lo Piccolo a vantaggio di Porta Nuova. Giuseppe Fricano, anche lui finito in manette, ritenuto dagli investigatori da sempre vicino ai Madonia, sarebbe avvicinato al clan di Porta Nuova. Segno questo secondo gli investigatori di una volontà di riunire le forze da parte della mafia per cercare di serrare le file dopo i gravi colpi inferti dalla forze dell’ordine e imporre una nuova leadership in tutta la città.

L’agguato al collaboratore di giustizia rapinatore 

L’11 aprile scorso finì in cella per due rapine insieme ad un altro collaboratore di giustizia Francesco Lo Nardo. I due avevano messo a segno due colpi: uno nei pressi di una sala giochi in via Porta di Castro, il secondo con le stesse modalità nel bar pasticceria Castello in via Einaudi. Poco tempo prima Raimondo Gagliano era stato vittima d un agguato mafioso nella sua abitazione. I killer di Cosa Nostra spararono contro il portone di casa. Per miracolo il collaboratore di giustizia si salvò, ma lo stesso rifiutò il programma di protezione. Adesso su disposizione delle procura gli è stato notificato un nuovo ordine in carcere nel corso dell’operazione Apocalisse che al momento ha portato in carcere 93 su 95 presunti uomini d’onore.

Vito Galatolo da Mestre reggeva il clan dell’Acquasanta 

Anche da Mestre dove era finito al soggiorno obbligato Vito Galatolo controllava i suoi affari. Meglio visto che, dopo le indagini e i sequestri nel porto di Palermo, alcune società erano state trasferite al nord Italia tra Monfalcone e La Spezia. Ma Galatolo controllava sempre gli interessi in Sicilia. Amava il pesce e i suoi picciotti insieme alle cassette di triglie e orate gli portavano i conti del pizzo. Nonostante si trovasse al nord, il boss avrebbe continuato a controllare ogni cosa nella zona dell’Acquasanta a Palermo. A svelare il ruolo di Galatolo è stato agli investigatori  il nipote prediletto Angelo Fontana adesso collaboratore di giustizia. Anche Galatolo è finito nell’inchiesta Apocalisse che oggi ha sgominato il clan di Tommaso Natale e San Lorenzo.