Due assegni dimostrano che Cosa nostra coleonese aiutava il figlio terzogenito del boss Totò Riina, sorvegliato a Padova.

Lo ha rivelato il provvedimento con il quale i sostituti procuratori di Palermo Caterina Malagoli, Sergio Demontis e Gaspare Spedale nelle scorse settimane hanno disposto il fermo di alcuni presunti esponenti di spicco del mandamento mafioso di Corleone.

Il caso è emerso nel corso  inchiesta che portò a ipotizzare un presunto attentato al ministro dell’Interno Angelino Alfano, preso di mira per aggravato il regime di carcere duro al 41 bis.

Giuseppe Salvatore Riina, dall’aprile del 2012 vive a Padova in regime di sorveglianza, compare diverse volte nelle 271 pagine del dispositivo. Secondo i carabinieri di Monreale, alcuni indagati gli avrebbero garantito aiuti economici, anche per tenerlo ‘lontano dai guai’.

La cessione di denaro emerge da una conversazione intercettata dagli investigatori il 22 settembre dello scorso anno tra uno degli arrestati, il palermitano Vincenzo Pellitteri, e il capofamiglia Paolo Masaracchia. Si fa quindi largo l’idea che Cosa nostra abbia offerto al terzogenito di Riina, diverse migliaia di euro per ‘aiutarlo’ a ricostruirsi una vita lontano da Corleone, il feudo che fu di suo padre. Dalle carte dell’inchiesta emerge una mafia costretta a fare i conti con continue frizioni interne, anche dovute ai tentativi degli affiliati di conquistare maggiore potere. Al punto che qualcuno spera che sia proprio il figlio del superboss di Cosa nostra a mettere pace.