Le regioni italiane a Statuto speciale spendono in media il 62% in più rispetto alle altre e soltanto al Nord i servizi sono più efficienti. Lo rivelano i dati Istat, divulgati dal Sole 24 ore.

Da questi dati emerge che la Sicilia spende circa il 40% in più rispetto alla media delle regioni a statuto ordinario. E dall’analisi effettuata dal Sole 24 Ore si evince che la nostra Regione non avrebbe usufruito dello Statuto speciale per decentrare le funzioni svolte dallo Stato ma si sarebbe ‘limitata’ ad aumentare in modo esponenziale i costi fissi degli apparati burocratici e degli organici pubblici. Spese che gravano sui conti regionali e la spingono sull’orlo del dissesto.

Numeri incontrovertibili (decisamente meno le deduzioni effettuate e anche la valutazione sulle funzioni statali che svolge, invece, la Regione in Sicilia), ma che, da soli, non spiegano i motivi di questo ennesimo divario Nord-Sud. Un gap che, in questo caso, non è totalmente attribuibile alla classe politica che governa e ha governato la Sicilia.

E’ vero che i servizi offerti al cittadino nelle regioni del Nord a Statuto speciale sono d’eccellenza e in Sicilia sono spesso al di sotto della sufficienza. Ma è altrettanto vero che, grazie ad accordi con lo Stato, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia hanno ottenuto che i 9/10 dei principali tributi statali restino nelle casse regionali.

La Regione Siciliana, invece, fa le spese della mancata attuazione dell’articolo 37 del suo statuto, che prevede che la totalità delle tasse riscosse in Sicilia restino nell’Isola. Fino ad oggi non è così. Proprio su questo è in corso da molti anni un contenzioso tra Stato e Regione. Nonostante ciò sono diverse le funzioni ‘statali’ di cui si fa carico la Regione.

Intanto, a Roma, la commissione bicamerale per le questioni regionali, presieduta da Gianpiero D’Alia (Udc-Ap), ha presentato i risultati dell’ indagine conoscitiva sulle problematiche sull’attuazione degli statuti delle Regioni speciali. Il documento analizza l’attuazione degli statuti di Sicilia, Sardegna, Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige (province autonome di Trento e Bolzano), dove vivono oltre 9 milioni di abitanti, circa il 15% della popolazione nazionale. Secondo D’Alia dai risultati si evincono “ragioni oggettive per ritenere che la specialità delle Regioni a Statuto speciale non è superata, ma va riletta in chiave moderna e di interesse nazionale”.

Nel mentre, proprio in questi giorni, è in corso dell’esame in Parlamento di una riforma della Costituzione che, per il presidente della commissione bicamerale “conferma il riconoscimento della specialità regionale e sembra rafforzarla, a fronte di un ridimensionamento delle regioni a statuto ordinario”.

L’indagine parlamentare si è particolarmente concentrata, inoltre, sul funzionamento delle commissioni paritetiche che hanno il compito di dare attuazione agli statuti, rispetto alle quali sono evidenziate alcune criticità. A cominciare dalla loro composizione che muta con il cambio di maggioranza di governo nazionale e regionale determinando poca stabilità.