Il giorno di Natale non c’era alcuna tavola imbandita a casa sua. Nessuna allegra riunione familiare. Bennardo Maria Raimondi, ha salutato la moglie e i due figli ed è andato a lavorare. E mentre a pochi passi da lui si festeggiava, l’artigiano palermitano lavava i piatti in un agriturismo. Una giornata lunga e faticosa, senza gioia nel cuore. Quei 50 euro guadagnati a Natale gli hanno permesso di fare la spesa per qualche giorno.

Ogni mattina si ricomincia. Una lotta che dura da anni. E che alcune giornate appare troppo gravosa, interminabile, addirittura infinita. Eppure Bennardo Maria Raimondi, era un piccolo imprenditore. Sino al 2003, anno in cui ha dovuto chiudere la propria azienda di manufatti in ceramica e terracotta, licenziare gli 8 dipendenti e fare i conti con i debiti, sempre più incalzanti.

Bennardo è vittima di usura ed estorsione. Ricorda bene il giorno che tutto iniziò. “Avevo cognizione – ricorda – di trovarmi in una brutta situazione ma pensavo e speravo soprattutto di farcela. Poi è stato un susseguirsi di richieste di denaro, di notti insonni, di passi sempre più affrettati verso il baratro”.

Da anni, l’artigiano finito sul lastrico chiede aiuto, in primis alle istituzioni. Si è rivolto alla redazione di BlogSicilia per raccontare le difficoltà del vivere quotidiano, la fatica di tenere “accesa” la speranza, nonostante tutto. Il nostro quotidiano ha reso note le sue condizioni, ed è arrivata la risposta del mondo politico.

Ieri, una buona notizia: il deputato regionale del pdl Salvino Caputo, ha presentato all’Ars un’interrogazione parlamentare su Raimondi, chiedendo alla regione di intervenire a favore di un uomo in difficoltà, padre di due figli, il minore dei quali, di soli 9 anni disabile.

Stamane Bennardo è più ottimista. Sciagure a parte, l’energia di quest’uomo è evidente. “Voglio ricominciare a lavorare, ad assumere giovani che vogliono imparare un mestiere che rischia di estinguersi”.
Ma i problemi da risolvere sono tanti. Raimondi infatti, non dispone di uno spazio da adibire a laboratorio – il suo è stato pignorato – e la casa in affitto, nella quale vive nel popoloso quartiere Bonagia, è fatiscente.
Piove all’interno e l’umidità degli ambienti si ripercuote negativamente sulle condizioni di salute – già precarie – del figlio. “Ci sono in città – commenta – tante case confiscate alla mafia. Chiedo che uno di questi spazi sia destinato, momentaneamente,  a me e alla mia famiglia”.

Una situazione disperata. E la fiduzia nelle istituzioni viene meno, “perché poi si resta soli”. Bennardo infatti è solo: Dopo aver denunciato gli estorsori che lo braccavano “è stato il vuoto. “Non ho più amici, nè parenti – dichiara – . In questi giorni ho chiamato al telefono alcuni miei familiari per fargli gli auguri di Natale. Nessuno di loro mi ha chiesto come stavo. Hanno tutti tagliato corto dicendomi: “Hai bisogni di soldi? Vai a cercarli altrove, noi non possiamo aiutarti”.

“Mi arrangio – continua Raimondi – per come posso. Quanto guadagno spesso non mi permette di portare la cena a tavola. Mai avrei pensato che sarei arrivato a chiedere l’elemosina davanti le chiese, eppure ho dovuto farlo per la mia famiglia“.

Ma la solidarietà non sempre esiste. E lo sanno bene i più deboli, come la figlia di Bennardo che ha 14 anni. Derisa, emarginata, umiliata dai compagni di scuola perché “tuo padre è un poveraccio”.
Adesso la ragazzina frequenta un altro istituto scolastico, nella speranza che chi la circonda capisca che la povertà non può essere giudicata nè additata.

Bennardo continua a chiedere aiuto e a lottare. Ci auguriamo tutti che il nuovo anno per lui sia migliore di quelli trascorsi e che davvero possa ricominciare un nuovo corso.