La giustizia come comune denominatore per garantire la convivenza pacifica tra le genti.

Attorno a questo concetto hanno discusso, nell’ultima giornata di dibattiti della Settimana alfonsiana, il filosofo Massimo Cacciari, la professoressa Giovanna Fiume e il sociologo Renzo Guolo.

Non si può comprendere la frase di Pietro (“Chiunque pratica la giustizia, a qualsiasi popolo appartenga, è a lui gradito”) se non distinguendo tra la giustizia divina e il diritto positivo.

È in estrema sintesi il contenuto della riflessione condotta da Massimo Cacciari a partire dai termini greci originari. La parola usata per giustizia (dikaiosyne) deriva da dike, intesa nel suo carattere religioso-sacrale, da distinguersi dalla giustizia umana, quella che si manifesta attraverso le leggi, i nomoi.

Da qui l’eterna dialettica (che nella cultura greca si manifesta nella “tragedia”) tra il diritto positivo e divino, a cui il primo deve tendere, conscio di non poterlo mai raggiungere, con una eternamente inappagata “sete di giustizia”.

“Se la legge pensa di potersi identificare con la dikaiosyne diventa totalitaria. D’altra parte un credente che segue esclusivamente i dettami religiosi e dimentica di rapportarsi con le leggi, diventa estraneo a questo mondo e dunque non cristiano. La soluzione – aggiunge il filosofo – è muoversi fra queste due distinte dimensioni cercando di volta in volta il modo di accordarle”, alimentati proprio da questa inappagabile “sete di giustizia” in contrapposizione alla farisaica “sete di giudicare” propria della finitezza umana.

Altrimenti il rischio è di cadere in varie forme di fondamentalismo.

Proprio sul tema dei fondamentalismi è intervenuto il sociologo Renzo Guolo che ha tracciato una radiografia dell’Islam contemporaneo, esorcizzandone i facili stereotipi e evidenziandone il carattere variegato. “Si parla di società plurali ma va considerato il pluralismo interno alla stessa comunità islamica”.

Da una parte, infatti, abbiamo un ‘Islam organizzato’ che fa capo ad associazioni a loro volta di ‘diverso orientamento’ e, dall’altra, la versione ‘individualizzata’, rappresentata dagli immigrati in Europa, che declinano le proprie tradizioni alla maniera occidentale. Un mondo islamico, dunque, altamente sfaccettato e aperto al dialogo e all’integrazione, in cui i fondamentalismi occupano posizioni minoritarie.

E sui  rapporti tra Europa e mondo islamico, ma in una visione storica, si è infine concentrata Giovanna Fiume, docente universitaria di Storia moderna, che ha parlato in particolare dell’abiura religiosa ai tempi della guerra corsara nel Mediterraneo, conflitto che ha prodotto una quantità pressoché speculare di ‘rinnegati’. Molti dei prigionieri ridotti in schiavitù, infatti, rinnegavano la propria fede (fosse questa cristiana o viceversa musulmana) per evitare i lavori più duri o una condanna a morte: “Dagli atti dei processi del Santo Uffizio contro i cristiani che si erano convertiti all’Islam risulta che a molti di loro non importava a quale religione si appartenesse quanto l’essere un uomo giusto. Ossia si registra una prevalenza della giustizia nel comportamento rispetto all’adesione ad una chiesa”. Si scopre così una ‘zona grigia’ di persone che transitano non soltanto da costa a costa ma anche da una fede all’altra, creando uno spazio di individualismo e di libertà nel loro rapporto con il credo religioso.