Gli occhi dell’Italia sono puntati su di Lei, Raffaele Cantone per l’incarico che ha ricevuto dal Governo…

“E’ una cosa che mi gratifica molto, ma che allo stesso tempo mi inquieta e mi preoccupa perché nessuno deve avere l’illusione che si possa mettere a riparo la corruzione. Bisogna provare ad inserire un circolo virtuoso, a condizione che si sappia che non è che basta l’impegno di un mese, due mesi o sei mesi: la corruzione è un tema che fa tremare i polsi ed è cancro da sempre innestato nella nostra società. Forse se si prova a lavorare a distanza col tempo si può provare ad ottenere qualche risultato”.

Il peso di un commissario come Lei quanto può influire nell’ambito di una ‘malattia’ che è diventata endemica, non dimentichiamo che l’Italia è passata più di vent’anni fa sotto Tangentopoli eppure ancora si parla di corruzione…

“Il problema vero è che vent’anni fa, dopo Tangentopoli non si è fatto nulla per evitare che ci potesse altro, speriamo che adesso si faccia qualcosa, si lavori sul piano della prevenzione. L’autorità di cui io sono presidente e che nei giorni scorsi ha visto la nomina di altri quattro membri non deve occuparsi di scovare la corruzione, ma deve fare di tutto per rispettare le norme che la legge prevede per la prevenzione della corruzione. Se noi riuscissimo, e riusciremo e proveremo a farlo, a far rispettare queste norme sicuramente i meccanismi della corruzione si inceppano o sono resi più difficoltosi. Questo è il tentativo ovviamente nessuna speranza e nessuna idea di potere avere bacchette magiche o poteri salvifici”.

Quali sono i poteri che ha questa autority?
“Questa autorità ha una serie di poteri di controllo che riguarda il rispetto delle regole. Per esempio è previsto che tutti gli organi debbano rispettare alcune regole di trasparenza. Noi controlliamo che dai comuni, dalle Regioni ai ministeri ci sia il rispetto di queste regole; è previsto il rispetto di una serie di obblighi delle amministrazioni di dotarsi dei piani di anticorruzione, prevedere un responsabile, di individuare una serie di obblighi a carico di dirigenti. Il nostro compito, come autorità, è semplicemente provare a far rispettare queste regole”.

Non crede sia un lavoro gravoso questo compito per quattro commissari più Lei?


“Non siamo soli, noi abbiamo una struttura amministrativa per il momento piccola, fra l’altro nel decreto legge in corso di pubblicazione si prevede che questa autorità sostanzialmente assorba un’altra autorità che ha un numero di persone rilevante che è quella che si occupa dei contratti pubblici. Io credo che possa provare a fare un buon lavoro”.

La sua esperienza maturata alla Dda di Napoli contro clan importanti come quello dei Casalesi quanto le può essere utile?

“Io credo sia molto utile, molto utile perché la conoscenza dei fenomeni criminali è un dato interessante anche sul piano della determinazione e dell’impegno personale. Poi io sono convintissimo che esiste un collegamento forte fra criminalità organizzata e corruzione soprattutto nel meridione”.

Lei arriva a Catania dopo la sua nomina scaturita dai fatti di corruzione di Milano per quanto riguarda il caso dell’Expo. Al centro di quella vivenda ci sono le mazzette pagate da Enrico Maltauro un imprenditore che a Catania ha compiuto molti appalti pubblici. Ritiene che questi appalti debbano essere radiografati dall’Autority che lei presiede?


“Io non credo che si possa prevedere che per il solo fatto che un soggetto sia coinvolto in fatti di corruzione debba perdere necessariamente tutti gli appalti. Il tema si pone e si porrà e il decreto legge prevede una serie di conseguenze con riferimento agli appalti vinti grazie alla corruzione, quindi non basta ritenere per essere stato coinvolto in un unico fatto di corruzione ogni soggetto debba perdere gli appalti. Ben diverso è il tema di chi condannato per corruzione, secondo me non può, almeno per un lungo periodo ottenere nuovi appalti”.

Il presidente del Consiglio Renzi dice che bisogna tirar fuori il ‘daspo’ contro i pubblici ufficiali. Lei che ne pensa?

“E’ una semplificazione giornalistica efficace per dire che chi si macchia di alcuni reati non deve più rientrare a far quello che faceva prima e in parte noi lo abbiamo già nel nostro sistema che prevede meccanismi di incompatibilità, incandidabilità, decadenza di chi si macchia di alcuni reati e questo deve valere anche per le imprese e per chi ha anche una serie di cariche pubbliche, mentre non credo si debba parlare di un cosiddetto ‘daspo’ a vita anche nei casi più gravi, ma sicuramente c’è bisogno di un allontanamento per un lungo tempo dalla vita pubblica”.

Oltre al Daspo il presidente Renzi parlava di alto tradimento per i pubblici ufficiali che corrompono. Lei ci crede in questo reato?

“Mi pare che il presidente Renzi volesse dire una cosa che io condivido: chi si fa corrompere e chi corrompe tradisce la la funzione per la quale svolge il ruolo. Il pubblico ufficiale che corrompe tradisce l’ufficio che riveste e quindi è come se fosse un alto tradimento e questo non può che condividere.

Raffaele Cantone è nato a Napoli e cresciuto a Giugliano. È entrato in magistratura nel 1991. È stato sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli fino al 1999, anno in cui è entrato nella Direzione distrettuale antimafia napoletana di cui ha fatto parte fino al 2007. Si è occupato delle indagini sul clan camorristico dei Casalesi, riuscendo ad ottenere la condanna all’ergastolo dei più importanti capi di quel gruppo fra cui Francesco Schiavone, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, detto Cicciotto ‘e Mezzanott, Walter Schiavone, detto Walterino, Augusto La Torre, Mario Esposito e numerosi altri. Si è occupato anche delle indagini sulle infiltrazioni dei clan casertani all’estero; in particolare in Scozia, dove è stata individuata una vera e propria filiale del clan La Torre di Mondragone dedita al reinvestimento in attività imprenditoriali e commerciali di proventi illeciti, in Germania, Romania ed Ungheria dove esponenti del clan Schiavone durante la latitanza si erano stabiliti ed avevano acquistato beni immobili ed imprese. Ha curato il filone di indagini che hanno riguardato gli investimenti del gruppo Zagaria in Parma e Milano facendo condannare per associazione camorristica un importante immobiliarista di Parma. Vive tutelato dal 1999 e sottoposto a scorta dal 2003 in quanto gli investigatori scoprirono un progetto di un attentato ai suoi danni organizzato dal clan dei Casalesi. Prima di essere chiamato dal premier Matteo Renzi a capo dell’Autority antocorruzione ha lavorato presso l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione.