“La campagna contro la carne rossa e le carni lavorate lanciata dall’OMS “puzza di bruciato”. E’ troppo generalizzata ed ha una eco spropositata proprio qui in Italia, dove rischia di penalizzare un filiera straordinaria che non ha eguali in Europa. Un gravissimo danno economico pure per la Sicilia, dove diverse imprese artigiane operano proprio nel settore della carne ”.

A dichiararlo è Filippo Ribisi, presidente di Confartigianato imprese Sicilia, preoccupato per il falso allarme che mette a rischio un settore di nicchia che contribuisce in modo importante al patrimonio gastronomico-culturale italiano.
“Nell’Isola sono oltre 100 le imprese artigiane della trasformazione e lavorazione delle carni –spiega Ribisi – che danno lavoro a oltre 500 persone, senza contare l’indotto”.

Una rete di sapere che garantisce non solo la realizzazione dei prodotti a base di carne “doc” ma anche la produzione delle 5 leccornie (carne fresca di vacca, pecora, capra e maiale, gelatina di maiale, “a liatina”, salsiccia di maiale fresca, secca e affumicata, “ a sasizza”, salsiccia pasqualora, il salsiccione) inserite nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari tradizionali del ministero per le Politiche Agricole e Alimentari, sui 782 totali in Italia – legati alla carne. La Sicilia, secondo le rilevazioni dell’Ufficio studi di Confartigianato, è la regione che nel 2014 ha avuto la crescita maggiore nel comparto agroalimentare +1,3%, seguita da Campania con lo 0,8%, dal Piemonte e dalla Lombardia, entrambe a +0,6%, e Lazio +0,4%.

L’indagine Oms –prosegue il presidente – sta creando un panico immotivato, soprattutto se si considera che la qualità della carne italiana, dalla stalla allo scaffale, è sottoposta a controlli. In più, i cibi sotto accusa come hot dog e bacon non fanno parte della tradizione culinaria nostrana. Nulla hanno, infatti, da spartire con le metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura di tipo ‘naturale’ a base di sale garantite dalle lavorazioni dei laboratori artigiani. E’ noto già da tempo che sono gli additivi ad essere nocivi, se usati in modo esagerato”.

“Ora – conclude Ribisi – il vero rischio è che i consumatori incorrano in paure ingiustificate che nel passato, per situazioni analoghe, hanno provocato senza ragione una psicosi nei consumi che è costata migliaia di posti di lavoro e miliardi di euro al sistema produttivo. Le imprese artigiane di insaccati hanno da tempo investito volontariamente nella maggiore trasparenza possibile dell’informazione e nella rintracciabilità in etichetta. Due sistemi fondamentali per garantire i consumatori. Questo nuovo falso allarme, conferma la necessità di accelerare nel percorso dell’obbligo di etichettatura d’origine per tutti gli alimenti, a partire dai salumi. E’ questa la vera battaglia che l’Italia deve fare in Europa, prima ancora di permettere il consumo di insetti ed alghe che non rientrano nella nostra cultura”.