Ieri si è concluso il campionato di Serie A. Il Catania migliore di sempre chiude all’ottavo posto, con il record di punti, appena dietro al gruppone delle grandi ma davanti a qualcuna dal blasone particolare, come l’Inter. Lo fa grazie allo straordinario lavoro dello staff tecnico, guidato da Maran; alla classe cristallina dei suoi campioni e alla abnegazione dello spogliatoio (qualcuno andrà via, per cercare fortuna nei top team, li salutiamo con una standing ovation); grazie soprattutto, alla programmazione della dirigenza rossazzurra, guidata da un presidente, Nino Pulvirenti, già entrato di diritto nella storia sportiva di questa città, e non solo. Probabilmente, il miglior presidente che il Catania abbia mai avuto.

Non so perchè ma, al fischio finale del “sempre ottimo” Bergonzi (satira politica), mi è venuto in mente un altro finale di campionato. Un altra domenica. Domenica 30 maggio 1993. Finiva un altro campionato. Molti non ricordano quella data. Non ne conoscono il significato, Non per un lapsus, o per un calo d’attenzione, si può stare tranquilli: nessuna deminutio della condizione di tifosi 2.0.

Non lo si conosce, semplicemente, perché il suo significato attiene alla memoria del passato. Bene, domenica 30 maggio 1993 si giocava l’ultima partita del campionato di serie C1, contro il Potenza. Finì due a zero per i lucani. Era il Catania del cavaliere Massimino. In panchina c’era Salvo Bianchetti, in campo Lori-Lori Cipriani, Claudio Pelosi, Walter Dondoni, Claudio Susi. E poi Alfonso Greco, Willy Pittana, cavallo pazzo di fascia destra che si è mangiato il gol più clamoroso che io abbia mai visto sbagliare (Catania-Acireale, sic), il talento di ritorno Giancarlo Marini. E poi, una nidiata di giovani usciti dalla Primavera: Orazio Russo, Gaspare Cacciola, Santo Gianguzzo, Nunzio La Torre, il torello del Tondicello.

Capisco, anzi intuisco la vostra obiezione: eh, ma di che vai parlando. Oggi abbiamo il Papu, Bergessio, Lodi, Castro, Almiron. Abbiamo avuto Vargas, Mascara, Spinesi, El Malaca e Maxi Lopez, e tu cianci di Palmisano, Marcuz, Di Stefano…ma il fatto è proprio questo amici. Che si è perso il senso della memoria collettiva. Per cui questi diventano i nomi di calciatori semisconosciuti e non più quelli dei componenti dell’ultima squadra del Catania Calcio, primo del diluvio. Perché ci fu il diluvio, nel 1993. Era il 31 luglio.

Dopo la fine della stagione, cominciò il calvario. La Figc aveva deciso che bisogna ammodernare il calcio italiano, perciò alcune figure storiche, come il Cavaliere, Rozzi, Anconetani, Sibilia, erano diventate di troppo. Bisognava farle sparire, perché il pallone correva verso la spartizione della grande torta dei diritti tv, del calcio spalmato per tutta la settimana e tanti saluti a 90′ Minuto e al Mercoledì di Coppa. Come si poteva pensare che ci fosse ancora posto per presidenti ruspanti, con qualche difficoltà con i congiuntivi, ma sanguigni e passionali, amati dal popolo e odiati dal Palazzo?

Non c’era, il posto. E allora via con le richieste di rientro dal debito, di fidejussioni, la fine di consuetudini che avevano sino a quel momento retto la baracca del calcio e che non andavano più bene se servivano anche a tenere a galla chi doveva sprofondare.
E si arriva al 31 luglio. Il Consiglio Federale decide che Massimino ha presentato le garanzie bancarie troppo tardi (in realtà si trattava di una valigia con due miliardi in contanti). Un tratto di penna, e via. Il Catania è fuori. Catania è fuori, dal calcio. Fine della storia. Si ricomincerà con qualcun altro.

Poi quello che è successo è noto. Dovrebbe esserlo, almeno. L’incredulità, lo scoramento. La rabbia, la delusione. E poi la reazione. Il ricorso, la sentenza del Tar di Catania, e poi quella del Cga di Palermo e poi quella del Tar del Lazio: radiazione illegittima, ma il Catania riparte dall’Eccellenza. Di grazia: perché, dall’Eccellenza, se è illegittima? (Il lodo Petrucci era di là da venire). Ma non ci fu neanche il tempo per pensarci: bisognava ripartire. L’Eccellenza con i turni infrasettimanali per recuperare le giornate perse, e poi il Cnd di Peppe Mosca e Riccetelli, Sampino ‘il sindaco’ e Angelo Busetta, Pellegrino e Marino, il gol di Mimmo Crisafulli a Milazzo e la promozione vissuta a Ganci, abbarbicati sul fianco di una montagna. E poi gli anni della C2, della C1 e tutto il resto.

Non scrivo per farne la cronistoria. Già fatta. Lo faccio perché, parlando con molti di quelli che se la sono fatta tutta, la traversata nel deserto, oggi che dovremmo godere del Giardino di Delizie, avverto un comune sentire. È come se mancasse qualcosa. Non che la passione se ne sia andata. È come se si fosse affievolita come a volte alcune cose affievoliscono, senza farsi notare. E spesso sono le essenziali. Ed è capitato proprio adesso che ci sarebbe da godersi la serie A, quel miraggio inseguito nelle lunghe notti trascorse sulla Salerno-Reggio, di ritorno dall’ennesima partita persa per uno a zero a metà dell’ennesimo campionato che già non aveva più niente da dire, con l’amico che ti aspettava al bar con quel ghigno:”Ancora per il Catania, tifi?” o meglio “Au, Bello Catania iai!!”.

Come è potuto succedere, mi chiedo? E’ la stessa domanda che vedo disegnata nel volto dei tanti che condividono questo cruccio. La risposta ce l’ho. Riguarda la perdita della memoria di quegli anni. La rimozione operata. Involontariamente, spero. È come se essere portatori di quel bagaglio di ricordi sia vissuto con fastidio. Come se fosse un pensiero capace d’insidiare il presente di chi non fu partecipe di quel passato. Come se noi si fosse un po’ diventati come quei vecchi militari in pensione che all’ospizio parlano solo delle battaglie vissute tanti anni fa mentre il compagno di stanza o di salotto vuole solo vedere Carlo Conti in tv in santa pace.

“Io c’ero” e dall’altra parte un “Chissenefrega” a spegnere il luccichio nei tuoi occhi, al ricordo di quando restando aggrappati al Catania pensavamo, tutti, di condurre una battaglia dove noi eravamo ‘i buoni’. Sostenevamo un’ idea, non agitavamo semplicemente una bandiera: quella che nessuno potesse dire cosa fosse giusto salvare, e cosa bisognava buttare, di Catania. Perché gridavamo “Noi siamo il calcio Catania” ma volevamo dire che “Noi siamo la città di Catania”. Nel bene e nel male. Nella buona e nella cattiva sorte. Di questo oggi non resta che la rimozione del ricordo. Forse è anche giusto che sia così. Il tempo viaggia troppo più in fretta dei nostri tentativi di adeguarci ad esso.

Così, appena ci sentiamo pronti, c’è qualcun altro che ha già occupato il posto che pensavamo spettasse a noi.

Eppure ancora oggi è vero che se il 31 luglio del 1993 molti non avessero pianto; se Ciccio Falange, Angelo Pavone e Pippo Tattaresu, non si fossero incatenati in via Allegri, a Roma, davanti alla sede della Figc; se il Cavaliere, insieme ai suoi avvocati, non si fossero battuti come leoni; se non si fosse andati in ventimila alla partita fantasma contro l’Avellino; e poi sui campi dei dilettanti; e poi in tremila a Catanzaro, duemila a Matera, tremila a Messina, quattromila ad Ascoli, e Taranto; se non si fosse rimasti aggrappati all’Idea, beh amici che la domenica andate in aeroporto per recarvi a Milano, a Roma, a Firenze, oggi non ci sarebbe la serie A. Non ci sarebbe il Catania.

L’esercizio della memoria è un dovere, da parte di tutti.

Presidente Pulvirenti, non lasci passare inosservato il 31 luglio di quest’anno, quando arriverà. Lei, meglio di chiunque altro, potrà avvicinare tutti al significato di un cammino lungo, faticoso, memorabile. Che coincide con venti anni della nostra vita.

foto da clubcalciocatania.it