Si può dire? Che noia mortale questo rimpallo di accuse e repliche fra il presidente della Regione, Rosario Crocetta e il suo partito. Dichiarazioni noiose, fosse solo perché rispettano ormai da mesi un canovaccio già scritto, già recitato e che nulla aggiunge né al dibattito e ancor meno alla soluzione dei problemi enormi che la Sicilia attraversa.

Serve ricordare, ad esempio, che a calci nel didietro si sta approvando una manovra correttiva che deve servire a garantire gli stipendi dei dipendenti regionali siciliani? Qualcuno ha dubbi riguardo al fatto che solo questo sia il sintomo di una economia pubblica ad un passo dal baratro. Certo il presidente Crocetta a questo punto prenderà borsa e giacca e si presenterà in Procura a denunciare chi osa sostenere che la Sicilia sia a rischio fallimento. Tecnicamente si potrà pure svoltare il giorno, il mese o l’anno. Ma il trend, con un dibattito politico svilito dalle liti sulle poltrone, mette in evidenza senza ombra di dubbio che in Sicilia non sembra esserci possibilità di riscatto. Possibilità di recupero. Possibilità di condizioni sociali che migliorino.

Si sopravvive per alimentare il carico di piombo sui giornali o le righe virtuali sui siti internet. E a rischio di risultare populisti, la Sicilia reale è tutta da un’altra parte: è nelle case dei lavoratori che attendono stipendi che tardano ad arrivare per i pagamenti della pubblica amministrazione che nell’Isola tocca il record negativo nazionale. E’ fra le strade delle città sempre più insicure, è nelle richieste di cassa integrazione delle aziende sempre più numerose e che tolgono speranza nel futuro. Populisti sì. Ma drammaticamente realisti.

Crocetta invece pensa ancora a duellare col Pd. Le ultime di oggi? La nota sul presidente della commissione Salute dell’Ars, Pippo Digiacomo, definendo i suoi interventi come “pantomime”, e le dichiarazioni consegnate all’Adnkronos in cui le manda a dire al segretario regionale dei Dem, Fausto Raciti a proposito del rimpasto:  “Il Pd avrebbe già pronti i nomi per il rimpasto della mia Giunta? Ma mica siamo alla Lotteria Italia o a Canzonissima… Io non compro a scatola chiusa”. Nomi, due esponenti dell’area Cuperlo da integrare nella giunta regionale, subito dopo il voto sulla manovra ter del governo regionale. Che noia, dunque.

Da mesi a parlare di rimpasto e usare lo stesso trito copione sull’autonomia del governatore, sull’ingerenza del Pd e poi tornare a fingere di mediare nell’interesse della continuità del governo e di questo mandato. Tanto più noioso e inutile questo tira e molla, se si pensa che i 90 deputati regionali, Crocetta compreso, non pare abbiano alcuna intenzione – al di là delle parole consegnate alla stampa – di lasciare la poltrona prima della scadenza naturale del mandato. Consci del fatto che alla prossima legislatura entrerò in vigore la riforma costituzionale che porta da 90 a 70 gli scranni a disposizione dei deputati regionali e del rischio di perdere status, benefit e potere in un momento in cui le elezioni – quelle di conclusione mandato – sono ancora lontane e tanto c’è da fare per garantirsi il consenso popolare.

A fare la differenza in questo contesto possono essere solo due fattori: esterno, il rinvio al voto che può decidere all’improvviso il capo del governo nazionale, Matteo Renzi portando all’incasso il bottino di voti agguantato alle elezioni europee. Certezza che però lo stesso Renzi non ha. L’altro fattore è l’assoluta imprevedibilità del governatore stesso. Crocetta che è un animale politico di inaspettato cinismo – e in politica è un pregio – potrebbe, lui sì, far saltare il banco. E’ il momento per l’ex europarlamentare? Si e no. Sì perché nel centrodestra non c’è nessuno che emerga per stile e potenza in grado di convincere il popolo dei siciliani a cambiare verso, per dirla con Renzi.

No perché il partito democratico lo abbandonerebbe al suo destino. E quale destino abbia dopo di sé Crocetta non è ancora dato sapere. Molto improbabile che riesca a garantirsi una candidatura bis, figurarsi una seconda elezione. E così sembriamo costretti ad annoiarci. Ancora e ancora. In attesa che questo benedetto rimpasto si faccia. O che qualcuno faccia saltare il banco.