Un post sul proprio profilo facebook in cui ricorda i giorni più amari della sua gioventù. A trent’anni dalla morte del padre, Pippo, Claudio Fava, oggi parlamentare di Sel, ripercorre gli istanti di quel drammatico 5 gennaio 1984 condiviso con i ragazzi della redazione de I Siciliani, il giornale fondato dal padre.

Se dovessi portare con me una cartolina di quei giorni e degli anni che vennero dopo – scrive Claudio Fava – , sarebbe quella del tavolo della signora Roccuzzo, il cartone slabbrato del risiko, la faccia ancora im­macolata di quattro ragazzi che si stanno gio­cando l’ultima partita, prima che la vita gli precipiti addosso.Quella sera eravamo in quattro. Noi quattro, come al solito, attorno al tavo­lo della cucina a casa della signora Roc­cuzzo. Riccardo scelse i gialli, che non vo­leva mai nessuno. Antonio e Miki rossi e neri, una vecchia sfida di colori domina­ti che non si risolveva mai. Io mi presi i ver­di, colore fesso, tiepido, di quelli che non la­sciano traccia. Giocammo con candore e accanimen­to, come sempre, improvvi­sando allean­ze, atacchi e ripiegamenti, sacrifici, tradi­menti: tutto”.

Prosegue nel suo racconto Claudio Fava: “Il canovaccio prevedeva ruoli immutabi­li. Miki con la sua bella fac­cia da guappo dava la scala­ta al mon­do spostand­o armate attraverso oceani imma­ginari. Antonio, prudente come un segre­tario di sezione, puntava alla Cina, cuore immobil­e di un’Asia at­traversata da straordi­narie mito­logie, la Yacuzia, la Kamchat­ca, il Siam… Ric­cardo intanto s’ammas­sava da qualche parte e lì aspetta­va la guerra, sag­gio im­mobile, come se quell’unico territor­io pos­seduto fosse l’isola di Strom­boli, pro­tetta dal mare e dagli dei. Di me non so, non ricordo: ap­plicavo le regole del gio­co, attaccavo, ar­retravo, pas­savo la mano. Pensavo che le guerre si vincono provando a non perder­le, facendo i ragio­nieri sulle baionette. Avevo ancora un’età onesta, mi era con­sentito non capi­re un cazzo. Insomma la partita fu come altre cento prima di quella sera: lunga, sfacciata, rio­tosa. Nessuno vinceva, nessuno vin­se“.

“Non so chi – conclude – alle tre del mattino prese il logoro cartone del risiko e lo fece sal­tare in aria mescolando definitivamente carri armati, territori, ambizioni. Per la prima volta scegliemmo di non arrivare fino in fondo: ci mandammo allegramen­te affan­culo e ce ne andammo a dormire strippati di amaro Averna, sazi e giusti come chi crede di essere immortale. Il giorno dopo ammazzarono mio padre”.