Nei “Cento passi” era Salvo Vitale, il combattivo compagno di Peppino Impastato, assurto nel finale di pellicola a voce della coscienza di una Sicilia fragilmente ribelle. Ne “La meglio gioventù” era l’operaio siculo arrivato a Torino con il grande sogno di lavorare in fabbrica.

Poi Claudio Gioè, classe 1975, palermitano doc, diplomatosi all’Accademia d’Arte drammatica “Silvio D’Amico”, dal club dei buoni, passò nella tundra dei cattivi.

Quando Mediaset decise di portare sul piccolo schermo le nefandezze, gli abomini, le infamie di Riina, Gioè diede il volto e il corpo a Totò u’ curtu, capo dei corleonesi e re assoluto della Cupola. Molti ragazzini, assuefatti dalle parole, dalle pose, dal coraggio arrogante del crudele boss, lo imitarono, a volte rifacendone il verso. Comportamenti ingenui e che lo stesso Gioè assolve. “Quando ero piccolo giocavo ai cowboy contro gli indiani. Io stavo con i cowboy perché credevo di essere dalla parte dei buoni. Poi mi hanno spiegato che gli indiani sono stati massacrati dai colonizzatori”.

Nella sua ultima fiction, “Squadra Antimafia”, ha interpretato l’ambiguo vicequestore Ivan Di Meo. Un successo personale rinsaldato, una fama ancor di più rinnovata.

Nei giorni scorsi l’attore palermitano è stato invitato a Mussomeli, dall’associazione “Symposium”, in occasione della conclusione dello stage di recitazione del collega di fiction Vincent Riotta.

Gioè, la si vede poco al cinema e sempre di più in tivù.

Lavoro di meno al cinema perché di pellicole se ne fanno sempre meno. Per il cinema oramai vengono destinati pochi fondi. I finanziamenti statali vengono ridotti: non si fa più lirica, una crisi che costringe i teatri e i festival a chiudere”.

Qualche mese fa il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ammoniva i produttori che realizzavano film sulla mafia, accusandoli di offrire al mondo un’immagine troppo negativa dell’Italia. Cosa pensa di quella presa di posizione?

“Dovrebbero essere i nostri politici a preoccuparsi, attraverso il loro operato e alla loro condotta, di non dare un’immagine negativa dell’Italia. Poi penso che Berlusconi sia l’ultimo che possa parlare”.

A cosa serve raccontare la mafia?

Serve per armarsi, per attrezzarsi. L’unica arma che possediamo per combatterla è quella di una buona cultura, che comprenda i valori umani dell’individuo. Valori che purtroppo sembrano essere dimenticati in Sicilia, come nel resto del Paese e nell’intera cultura occidentale”.

La Palermo di oggi è diversa dalla Palermo raccontata nel “Capo dei capi”?

Ha registrato molti cambiamenti. C’è stato un grande risveglio delle coscienze subito dopo le stragi del ‘93. Adesso la trovo culturalmente involuta, più sporca e sommersa dall’immondizia. La città sta sprofondando con il resto del Paese”.

Come, da palermitano, ha vissuto la mafia?

Sono stato nei luoghi dei disastri, scioccato da quegli eventi. Mi sono ritrovato in via D’Amelio e a Capaci, ho partecipato ai funerali, ho vissuto la rabbia di una cittadinanza che sentiva lo Stato lontano, uno Stato che lasciava soli uomini come Borsellino e Falcone. Purtroppo la mafia si vive e si subisce anche nelle piccole cose. E’ presente in qualsiasi appalto, in qualsiasi atto di prevaricazione e di potere”.

Quando le hanno proposto il personaggio di Riina, non aveva remore nell’interpretare il boss?

“No, perché rappresentare personaggi anche cattivi fa parte del mio lavoro. Poi le firme autorevoli che comparivano nella sceneggiatura, come Fava, Bolzoni e D’Avanzo, davano al film una visione molto chiara. Del resto nel campo della recitazione non si possono fare dei distinguo. A volte bisogna interpretare i cattivi per esaltare i buoni. Per valorizzare il bene, bisogna raccontare il male”

Non crede che sia stato un errore dotare di filosofia un uomo incredibilmente ignorante come Riina?

“I pentiti riconoscevano in lui una certa filosofia; Mutolo diceva che la usava come un’arma. Certo, è pur vero che si è usato un linguaggio da film di mafia per l’audience televisivo”.

A quel tempo Riina pare avesse apprezzato la sua interpretazione”.

Non mi interessa il suo parere, so che ha gradito, ma non penso minimamente di ricambiare i complimenti”.

Cosa c’è nel futuro di Claudio Gioè?

Tornerò a teatro, purtroppo non riesco a mantenermi con il teatro”.

Il cinema?

L’’ambiente cinematografico italiano è molto ristretto, chiuso in sè, autoriferito, e non penso di essere oggetto di grande interesse da parte di certi registi”.