Di una cosa si deve dare atto, all’assessore Sgarlata: aver compiuto un gesto che, in Italia, non è propriamente scontato. Fatta eccezione per l’ex tecnico azzurro Prandelli – ma lì si era di fronte ad un disastro paragonabile alla disfatta di Caporetto – il gesto delle dimissioni è raro come la ginestra che fiorisce nel deserto.

Quelle della Sgarlata arrivano sì, dopo giorni di fuoco anche amico – con toni e stili diversi,  sia il presidente Crocetta che l’assessore Borsellino l’avevano invitata a rassegnarle – ma proprio nel giorno in cui, almeno a livello teorico, il segretario regionale del suo partito, Raciti, aveva mandato un preavviso di sfiducia al governatore.

Ed è stata proprio la Sgarlata a mettere in collegamento le due cose, stabilendo un legame tra il suo essere militante del Pd con l’impossibilità di rimanere in una giunta nella quale “ per ogni assessore che si riconosce nella proposta politica del PD, c’è la difficoltà di poter svolgere con serenità il suo lavoro”.

Se ci si riflette un attimo, è un’affermazione di rara gravità: Sgarlata e Crocetta fanno parte dello stesso movimento politico, erede diretto, seppur per una parte, di una tradizione politica – quella comunista – che metteva la ragion di partito davanti non solo alla ragione personale, ma persino a quella di Stato“Lo vuole il partito”, era affermazione capace di troncare qualsiasi discussione. Adesso tutto questo sembra appartenere al passato, ed è surreale visto che proprio il Pd è rimasto, nel nostro Paese, l’unico depositario della forma partito tradizionalmente intesa.

Sembrano storie d’altri tempi, ma è proprio qui che si sta giocando la partita interna ai democratici. Da un lato un giovane segretario, che la storia del Pci l’ha letta solo sui libri di storia, si fa custode di un pensiero che diventa azione politica, quello per cui è il partito nel suo insieme, in Sicilia, a doversi assumere la responsabilità di continuare o chiudere un’esperienza di governo traballante; dall’altro un presidente naif, che del suo essere comunista e cattolico praticante – espressione di quella sintesi cattocomunista  a seconda dei casi amata o detestata – ha fatto un totem, che non manca occasione per dare colpi di piccone alla solidità dell’immagine del suo partito e alla sua unità.

Ieri creando un suo movimento, Il Megafono, in alcuni momenti antagonista del Pd, oggi rispondendo con un sarcastico “Raciti chi?” alle parole del suo segretario, e domani chissà con cosa altro ancora. Per Raciti senza il sostegno del Pd  – di un Pd compatto e convinto della necessità di voltare pagina – l’esperienza di governo Crocetta non ha motivo di proseguire, mentre questi ha elevato la sua giunta a corpo mistico, il solo capace, ad un tempo, di redimere la Sicilia e i Siciliani e portare il Pd alla vittoria.  “Dovrebbero fare un viaggio a Lourdes per ringraziarmi”, si è lasciato sfuggire intervistato da La Zanzara.

La sintesi l’ha data l’ex sottosegretario alla giustizia, Giuseppe Berretta:” Raciti è il segretario del tuo partito che tu hai sistematicamente delegittimato – ha scritto in un comunicato rivolgendosi direttamente al governatore – preferendo rapporti con i soliti notabili  (Genovese ieri, Cardinale e Lumia oggi ), gli accordi sottobanco, le operazioni trasformistiche”. Sembrano parole arrivate da un deputato dell’opposizione, ma sono di un esponente importante del Pd siciliano.

Che queste fibrillazioni arrivino nel momento di maggior successo elettorale della sinistra in Sicilia può apparire normale solo nella terra di Pirandello. Ma, se la normalità fosse altro, e cioè l’opposto dello stato d’eccezione, non ci sarebbe altra strada che quella di un definitiva presa di posizione del Pd. Potrebbe arrivare mercoledì, giorno fissato per la riunione con gli alleati.

Quella di gruppo, protrattasi ieri sera per oltre tre ore, ha cristallizzato lo stallo interno, con i cuperliani (a cui fa riferimento Raciti) decisi sulla linea della rottura e i renziani che prendono temp, con Faraone che rimane silente; in mezzo un governatore  che su questa situazione di stallo sembra voler investire il suo residuo capitale politico. Un motivo in più per mettere di fronte il Pd all’urgenza di una scelta.

Del resto è quello che stanno aspettando tutti. Quante volte, in questi giorni, si è scritto, letto (e detto) “Se solo il Pd…”? Si badi, però: Crocetta, anche senza maggioranza può andare avanti fino alla scadenza naturale. Farlo senza il sostegno del suo partito di riferimento sarebbe cosa complessa e difficilmente comprensibile per il proprio elettorato. Sempre che, in un momento di crisi generale dei meccanismi della rappresentanza, il sentire degli elettori valga ancora qualcosa.