Siamo tornati al Medioevo e non è solo una battuta amara per cercare di sdrammatizzare una condizione complessa dopo l’interruzione di due autostrade. E’ la fotografia che viene riconsegnata ai siciliani in seguito alla frana sulla Messina-Catania che segue di poco meno di sette mesi il cedimento del viadotto Himera.

L’immagine stessa di ciò che fecero gli Arabi circa mille anni fa dividendo l’Isola in tre parti, in tre Val. Ieri siamo tornati a quel periodo in cui i confini territoriali ed amministrativi erano in stretta relazione alla morfologia: c’era il Val di Noto, Val di Mazara e Val Demone.

C’erano e ci sono in considerazione della chiusura dei principali assi viari siciliani: quelli che servono ad allacciare l’oriente all’occidente, il Nord al Sud. Sono le strade su cui viaggia(va) il Pil di una regione che si sta sgretolando, il meglio del made in Sicily che dallo Stretto di Messina attraversa(va) poi lo Stivale.

La divisione in tre – così come riaffermato dall’Ance Sicilia che tuona contro i governi locali e nazionali – è evidente. In una visione fatalista, quindi sicilianamente amara, è come se la natura cercasse di riaffermare quelle ragioni vecchie di mille anni quasi per un senso di vendetta nei confronti di chi questa terra l’ha sventrata e offesa. Noi.

Perché c’è innanzitutto la responsabilità dei siciliani (di ciascuno dei tre Val) nelle frane e nei cedimenti di infrastrutture logore e in costante ‘work in progress’ mentre fondi e risorse venivano maciullate o mai spese. Ma c’è pure il postergare di quanti dal Continente (e non parliamo solo di Roma) hanno preferito garantire l’efficienza di altri territori piuttosto che contribuire al riallineamento di quelle zone rimaste indietro.

La differenza si dirà che altrove ‘le cose le hanno fatto perché c’è stata la volontà di farle, mentre qui…’

Con la stessa prospettiva fatalista, crediamo che il mito di Colapesce l’abbiamo profanato il 10 aprile 2015 quando il pilone di un viadotto sulla Catania-Palermo, quasi stancandosi, decise di appoggiarsi sull’altro viadotto con buona pace delle leggenda che vuole l’uomo-pesce ancora impegnato a sostenere sulle proprie spalle il peso di una Sicilia a rischio per una colonna in malora.

Insomma anche le favole sembrano esaurirsi mentre la natura si riprende un paesaggio che era da fiaba e così si dirà – oggi più che mai  – che in Sicilia il problema è sempre il ciaffico.