Nuova operazione antimafia tra Corleone, Chiusa Scalfani e Contessa Entellina. I carabinieri di Corleone e di Monreale coordinati dalla Dda stanno eseguendo sei fermi con i quali è stato inferto un nuovo colpo alla mafia dei comuni in provincia di Palermo. Nel blitz sono impegnati decine di militari, unità cinofile e un elicottero. Dall’inchiesta, coordinata dalla Dda di Palermo, emergerebbero i nuovi assetti di Cosa nostra nel corleonese.

GUARDA LE IMMAGINI

Grazie a questa operazione è stato sventato un omicidio. Tra i sei arrestati c’è Rosario Lo Bue 62 anni ritenuto il capo del mandamento mafioso di Corleone. Pastore incontrava gli affiliati in campagna mentre pascolava le pecore.

L’indagine è coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Sergio Demontis, Caterina Malagoli e Gaspare Spedale.

I provvedimenti scaturiscono da un’attività investigativa sviluppata in prosecuzione delle indagini denominate Grande Passo e Grande Passo 2, che tra il settembre 2014 ed il gennaio del 2015, avevano colpito gli esponenti delle famiglie mafiose di Corleone e Palazzo Adriano.

Le indagini hanno permesso di individuare il capo mandamento in Rosario Lo Bue, fratello di Calogero già condannato per il favoreggiamento di Bernardo Provenzano, nonché di ricostruire l’assetto del mandamento mafioso di Corleone (uno dei più estesi) ed in particolare delle famiglie mafiose operanti sul territorio dell’Alto Belice dei Comuni di Chiusa Sclafani e Contessa Entellina.

E’ emersa la caratura della figura di Lo Bue, capo assolutamente carismatico e fautore di una linea d’azione prudente, continuando così nella linea di comando lasciatagli da Bernardo Provenzano.

Proprio questo suo modo di condurre le attività del mandamento ha creato non poche fibrillazioni in seno alla famiglia mafiosa di Corleone. In particolare, Antonino Di Marco, tratto in arresto a settembre 2014, da sempre ritenuto vicino alle posizioni tenute dall’altro storico boss corleonese Salvatore Riina, in più occasioni aveva modo di lamentarsi del modo con il quale Rosario Lo Bue gestisse gli affari dell’organizzazione.

Le attività hanno, dunque, ribadito che ancora oggi sussistono all’interno della consorteria criminale due anime contrapposte, l’una moderata storicamente patrocinata da Bernardo Provenzano e l’altra più oltranzista fedele a Salvatore Riina.

Inoltre è stata nuovamente accertata la costante e rigida applicazione di una fondamentale ed inderogabile regola di cosa nostra, ovvero quella di garantire il sostentamento economico ai familiari degli affiliati detenuti, tra cui, in particolare, il capo indiscusso dell’associazione mafiosa, Salvatore Riina.

Nel corso delle indagini è stato altresì ricostruito il progetto di un omicidio in danno di una vittima ancora non identificata, documentando chiaramente la disponibilità di un piccolo arsenale di armi nascoste in una località in via di individuazione.

Tenuto conto del progetto e della pericolosità sociale dimostrata dagli appartenenti a cosa nostra – che ha continuato a mantenere saldamente il controllo del territorio con una costante pressione sul tessuto sociale ed economico, attraverso i classici metodi intimidatori del danneggiamento di mezzi d’opera e degli incendi – la Dda di Palermo ha ritenuto necessario procedere ai fermi del potenziale gruppo di fuoco e dei vertici dell’organizzazione, al fine di evitare la commissione di reati più gravi.

Era la fine di gennaio di quest’anno quando con un’altra inchiesta dei Carabinieri coordinata dal procuratore Aggiunto Leonardo Agueci è stata condotta sui mandamenti mafiosi di Corleone e Misilmeri/Belmonte Mezzagno. Le persone arrestate sono accusate di estorsione, aggravata dal metodo mafioso.

Le indagini avevano permesso di ricostruire e delineare l’assetto della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano, di quella di Corleone e i rapporti dei clan con la famiglia mafiosa di Villafrati.

Nel corso delle investigazioni, sono stati ricostruiti ben 4 nuovi casi di estorsione, ai danni di imprenditori impegnati nel settore dell’edilizia e del commercio, sia nelle fasi dell’apertura che della gestione degli esercizi commerciali.

Per la prima volta è stata constatata la preziosa collaborazione delle vittime che hanno offerto il loro contributo, abbandonando l’atteggiamento di reticenza che fin ora ha caratterizzato gli imprenditori e gli esercenti operanti nel territorio di Corleone e che hanno raccontato senza il meccanismo di pagamento del “pizzo”.
Le indagini hanno messo in luce un singolare radicamento delle competenze a esigere il “pizzo”: l’imprenditore o il commerciante è chiamato a versare le somme estorte sia alle famiglie mafiose presenti nel proprio paese di origine sia a quelle operative nelle aree ove l’attività economica si svolge.

Altro elemento di novità per l’area in questione emerso con l’odierna indagine: mentre con l’operazione Grande Passo è stato possibile documentare come le vittime privilegiate degli associati a cosa nostra fossero quegli imprenditori impegnati nell’esecuzione di appalti pubblici, ora è stato appurato come il metodo estorsivo possa essere applicato anche ai singoli esercizi commerciali o per l’esecuzione di lavori di edilizia privata.

Ed ancora, altro imprenditore è stato costretto a pagare per due volte il pizzo relativo allo stesso lavoro rispettivamente a due esponenti della famiglia mafiosa in contrapposizione tra loro.
Secondo la Dda insomma la mafia nonostante le varie operazioni di polizia riesce sempre a riorganizzare le proprie fila, individuando nuovi affiliati. Ancora una volta è stato accertato come uno dei principali canali di sostentamento delle consorterie mafiose è rappresentato dal provento delle estorsioni, commesse ora anche nei confronti di attività economiche di privati. Questa pressante azione estorsiva, peraltro, si è ripercossa sullo sviluppo economico delle comunità dell’entroterra palermitano, tenuto conto che spesso gli imprenditori hanno dovuto rinunciare persino alla prosecuzione delle loro intraprese aziendali, con la chiusura delle attività, soffocati dall’imposizione del “pizzo”.

GLI ARRESTATI. In manette erano finiti: Ciro Badami, detto Franco, 69 anni, di Villafrati, appartenente alla famiglia mafiosa di Villafrati, già tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Grande Mandamento” del 2005 (con la quale si intercettò il complesso circuito che consentiva lo scambio di comunicazioni e direttive tra l’allora capo dei capi di cosa nostra Bernardo Provenzano e i rappresentanti delle famiglie mafiose di Bagheria, Baucina, Belmonte Mezzagno, Casteldaccia, Ciminna, Villabate e Villafrati) per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso poiché ritenuto responsabile di coadiuvare attivamente e costantemente il capo famiglia nella materiale riscossione di somme di denaro provento di estorsione; Francesco Paolo Scianni, 64 anni, di Corleone, uomo di fiducia e fiancheggiatore di Antonino Di Marco, già arrestato nell’ambito dell’operazione Grande Passo del 2014 e utilizzato da questi per mantenere i contatti per la riscossione delle estorsioni e come anello di congiunzione con la famiglia mafiosa di Villafrati; Pietro Paolo Masaracchia, 65 anni di Palazzo Adriano, già tratto in arresto nella citata operazione Grande Passo, attualmente detenuto, capo della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano; Antonino Lo Bosco, 85 anni, di Palazzo Adriano, appartenente alla famiglia mafiosa di Palazzo Adriano e in contrapposizione con il capo famiglia Masaracchia.