Parla di legge di stabilità, di fondi europei ma anche di allargamento della coalizione che regge il governo Crocetta alla Regione siciliana e punta il dito contro alcuni alleati – Lumia e Cardinale – accusandoli di “lombardismo”. Lo fa con un piglio deciso, il ministro della Funzione pubblica, Gianpiero D’Alia che respinge al mittente le accuse di chi, sul tema delle province, ha accusato il suo partito di aver mantenuto il piede in due staffe. Sulla vicenda degli assistenti personali assunti con contratto da colf, poi, D’Alia offre la sua versione. E va all’attacco degli stabilizzati.

Cominciamo dalla legge di stabilità. Domani parte la maratona parlamentare per l’approvazione di bilancio e finanziaria. Il presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone (Udc) ha espresso dubbi sulla certezze delle entrate poste in bilancio, lei ministro D’Alia cosa ne pensa?

Io credo che la legge di stabilità debba essere l’occasione per rafforzare il percorso di risanamento economico della Regione e mi auguro che non diventi l’ennesimo assalto alla diligenza che tanto negli anni ha appesantito i conti della Sicilia. Che si avvii, insomma, una riforma strutturale della finanza regionale che è stata ed è la questione centrale dell’accordo fra noi e Crocetta che ha portato al patto elettorale ormai più di un anno fa.

In questi mesi, soprattutto gli ultimi, il suo partito non è sempre stato tenero con il governatore. Anzi, avete criticato l’atteggiamento di Crocetta ad esempio per non essere stati interpellati quando si è cominciato a lavorare alle linee guida della finanziaria regionale.

Noi svolgiamo il nostro ruolo che è quello di custodi del progetto politico sottoscritto alle elezioni e ogni qualvolta Crocetta e il governo escono fuori da questi binari, riteniamo di essere legittimati a richiamarli agli impegni.

Nella legge di stabilità cosa manca secondo lei?

La riflessione è affidata al gruppo parlamentare e al partito che stanno lavorando sui testi. A conclusione del dibattito d’aula quello che io mi aspetto è che venga radicalmente invertita la rotta rispetto al passato e si preveda per i prossimi quattro anni di legislatura, quel percorso stabile di risanamento dei conti della Regione per consentire alla Sicilia di attrarre investimenti.

I fondi europei, ad esempio. La Regione è ancora indietro ma qualche avanzamento sull’impegno di spesa e sui fondi investiti si sta registrando.

Su questo tema va istituita una cabina di regia non tecnica ma politica, per definire le priorità, in sintonia con le decisioni del governo nazionale. Nel penultimo consiglio dei ministri,abbiamo approvato un documento in cui si destinano i fondi strutturali dell’Unione europea non spesi in Italia alla lotta alla disoccupazione giovanile. Per massima parte si tratta di fondi strutturali liberi e disponibili, con una dotazione di 6 miliardi di euro, disponibili subito, per infrastrutture, welfare e politiche attive del lavoro, destinate principalmente a Mezzogiorno e Sicilia. Ci vuole una struttura efficiente per impegnarle e utilizzarle tempestivamente.

Torniamo a Sala d’Ercole. Sulle province il governatore Crocetta ha subito in aula un sonoro schiaffone.

Dal punto di vista della comunicazione può apparire così. Sostanzialmente, però, si trattava di decidere se la proroga dei commissari dovesse essere di 45 o 60 giorni (l’assessore Valenti aveva proposto alla commissione affari istituzionali una proroga di tre mesi, mentre i commissari del gruppo avevano portato la proposta a 60 giorni, ndr). Il tema, dunque, è cosa si vuole fare veramente nella sostanza della riforma. Se radicalmente le province devono essere soppresse affidando le competenze per una parte ai comuni e per l’altra alla regione. Se si vuole, insomma, una riforma amministrativa vera o si vuole trasformare le province in altro cambiando loro il nome. Solo la soppressione reale, delegando alcune competenze ai comuni, anche in liberi consorzi ma senza creare un ente di secondo livello che aggraverebbe i costi invece che sopprimerli, incentiverebbe gli enti locali a unificare i servizi con standard più alti e lavorando finalmente a quel decentramento amministrativo regionale che fa della Regione un elefante burocratico.

A livello nazionale, mutuerete la stessa proposta che lanciate in Sicilia? Anche Casini, a proposito del ddl Delrio è stato molto critico.

Siamo critici nei confronti del testo Delrio per come è stato modificato alla Camera. Un testo che abolisce gli organi elettivi delle province ma lascia inalterato l’attuale assetto istituzionale, complicandolo e aggravandolo in una confusione di competenze che non risolve i problemi. Come Udc chiediamo che si faccia  una riforma vera in controtendenza a quella in discussione.

Non pensa che sulla riforma delle Province, il suo partito possa essere accusato di contradditorietà. Vostro è l’assessore competente per materia mentre il segretario regionale dell’Udc, Giovanni Pistorio che ha criticato la riforma, è capo della segreteria tecnica della Valenti.

Non c’è alcuna confusione né contraddizione perché il testo originario proposto dalla Valenti era completamente diverso, condiviso dal partito. La mediazione politica lo ha molto diluito. Ribadisco: se si fa una finta riforma delle province, mantenendole esattamente come sono, noi non ci stiamo.

Anche perché per la guida degli enti di secondo livello sarebbero avvantaggiate le amministrazioni locali di centrosinistra che sono più diffuse sul territorio, in Sicilia come nel resto della Penisola.

Non so se siano più diffuse le amministrazioni di centrosinistra. Il discorso è solo quello: o tu elinini un livello territoriale di governo o così si sta facendo solo demagogia.

Parliamo di maggioranza di governo. Di quella che sostiene Crocetta. Lei ha già espresso una volontà di apertura al Nuovo Centrodestra di Alfano.

Il tema dell’allargamento della maggioranza si è posto sin dal giorno dopo la vittoria elettorale di Crocetta. La coalizione  che lo sostiene da sempre non ha una maggioranza assoluta all’Ars e ora come allora, era giusto che si intraprendessero iniziative politiche di condivisione su un programma di riforme che la coalizione ha avuto approvate dagli elettori. Se è così, è giusto affrontare il tema. Alla luce del sole, però. Ma soprattutto evitando il metodo lombardiano dello spacchettamento dei partiti e della transumanza dei deputati utilizzato da una parte della maggioranza. Faccio i nomi: sono metodi utilizzati da Lumia e Cardinale per il passaggio fra partiti di un po’ di parlamentari; operazione che sul piano della tenuta del governo e della sua maggioranza non ha impedito i franchi tiratori e le imboscate in aule. Non è producente, cioè, fare accordi con singoli pezzi di vecchi apparati e vecchi arnesi della politica siciliani interessati a mantenere una piccola rendita di posizione. Un rischio che ho segnalato prima dell’estate: andare avanti con i mercenari o i lanzichenecchi non ci porta a nulla. Fare assurgere a ruolo politico chi ha attraversato molti governi, aumentando solo le proprie secche di consenso clientelare, non consente di votare in aula le riforme di cui la Sicilia ha bisogno. E dunque, bisogna esportare anche al governo della Regione il modello delle larghe intese attraverso un patto di governo con quelle forze che oggi stanno all’opposizione. Non si fa certamente con trattative sottobanco o offrendo questo o quel posto di sottogoverno ma concordando l’agenda del governo. Il salto di qualità è questo.

E quindi, a che punto sono le trattative?

Non so se ci siano trattative o meno. Dico solo che se si vuole fare un governo efficiente non basta un rimpastino per garantire a qualcuno che ha cambiato poltrone o partiti di appartenenza con grande disinvoltura, serve una collaborazione reale con il governo. Altrimenti resterà sempre facilmente condizionabile da singoli deputati. E non mi sembra che su questa strada Crocetta possa fare la rivoluzione.

Parliamo dei contratti da colf…

Mi pare che la Anselmo abbia chiarito che non si tratta di contratti per collaborazione domestica. Il contratto che ho visto io parla di collaboratore amministrativo. Il problema vero, anche a livello nazionale, è che non esiste la figura giuridica di assistente parlamentare. Noi ci affidiamo ai consulenti del lavoro che offrono le soluzioni più idonee per le garanzie contrattuali e per la rendicontazione delle spese che è obbligatoria. Magari è giunto il momento di intervenire con una normativa che regolamenti queste collaborazioni per evitare inconvenienti, incomprensioni o speculazioni giornalistiche.

Ma al di là delle speculazioni giornalistiche, non pensa che i parlamentari regionali potrebbero attingere agli stabilizzati dell’Ars per evitare spese aggiuntive?

I 100 stabilizzati dell’Ars sono un atto di ingiustizia. Sono stati stabilizzati per meriti politici e non professionali, non hanno sostenuto alcun concorso pubblico e penso che non meritino quel posto. Quanto al rapporto di fiducia con i parlamentari, ritengo che la strada giusta sia proprio quella del collaboratore personale legato al deputato. Chi è all’Ars per raccomandazione, non può lamentarsi troppo.

Una battuta su Renzi. Vuole mandare a casa il governo Letta o no?

Renzi sta facendo il suo mestiere: il nuovo segretario del Pd. E per questo, deve dimostrare che ha capacità di incidenza su questo governo. E’ un film già visto: quando Veltroni fu eletto segretario del Pd, per prima cosa si occupò di mettere in crisi il governo Prodi. Non credo però che sia una operazione che fa bene al paese che ha bisogno di essere governato, soprattutto in questo 2014.

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