A Roma il segretario regionale del Pd, Giuseppe Lupo, sta trattando per l’abbassamento della quota dei candidati blindati nelle liste siciliane da 11 a 5, meno di quanto fosse stato previsto nel 2008 quando nell’Isola furono eletti sei candidati “esterni”. La quota degli 11 – aldilà dei malpancismi siciliani – rientra nell’accordo votato in direzione nazionale quando il segretario del Pd, Pierluigi Bersani ha dato il via libera alle primarie per la scelta dei parlamentari attribuendo la quota del 90% dei candidati dalle liste e con l’ordine di “arrivo” fissato dal risultato delle primarie e blindando il 10% dei seggi disponibili per i candidati scelti direttamente dalla segreterie. In Sicilia sono 11 appunto, ma dopo il risultato delle consultazioni degli elettori, gli esponenti del Pd siciliano mostrano i muscoli e sostengono di non poter accettare una indicazione così corposa di blindati nelle posizioni eleggibili. Il rischio, ha detto Lupo nella direzione regionale di giovedì venerdì scorso confermandolo ieri, è che alla fine in Sicilia risultino eletti 4 o 5 deputati nei collegi delle due Camere, Sicilia occidentale e Orientale, fra quelli che hanno partecipato alle primarie e quattro per collegio provenienti da fuori. Un numero troppo alto e scelte che l’elettorato Pd – sostiene Lupo – non accetterebbe disaffezionando ulteriormente il voto degli elettori di centrosinistra.

Ma al di là delle posizioni ufficiali, il nodo – quello vero – resta la clamorosa esclusione dai “buoni posizionamenti” di esponenti illustri, primo fra tutti l’ex segretario nazionale della Cisl, Sergio D’Antoni che secondo l’arrivo alle primarie potrebbe essere inserito nella lista Camera Sicilia Occidentale al nono o al decimo posto, rischiando seriamente la rielezione.

Per lui – sostengono rumors sempre più insistenti – si profilerebbe addirittura la rinuncia alla candidatura e un posto nel governo Bersani prossimo venturo. Nel frattempo sono apertissime le posizioni di altri deputati che hanno portato il malcontento per i risultati elettorali allo scontro interno al partito. E’ il caso di Lillo Speziale che ha presentato ricorso per essere arrivato secondo nelle primarie di Caltanissetta contestando la vittoria di Daniela Cardinale a suon di carte bollate. Sabato scorso un pesante faccia a faccia – seppure a distanza – fra Speziale e il ministro Salvatore e la figlia Daniela con scambi di accuse reciproche. Pur trincerandosi dietro il silenzio, Lillo Speziale avrebbe dichiarato alla commissione regionale di garanzia l’esistenza nelle schede degli iscritti al voto di un elettore già morto. A riprova sarebbe stato presentato anche un certificato di morte. Accusa che Speziale ha poi ridimensionato. Non meno gravi le repliche dei Cardinale che accusano Speziale e i suoi rappresentanti di lista di aver riaperto irregolarmente le urne di un comitato elettorale a Gela.

Oggi Speziale insiste puntando il dito stavolta contro la commissione regionale di garanzia del Pd chiamata ad esaminare nel merito il suo ricorso come disposto da quella nazionale presieduta da Luigi Berlinguer: “Stamane avrebbe dovuto esaminare il mio ricorso su quanto accaduto alle primarie in un seggio a Gela – sostiene Speziale –  ma non si è riunita a causa dell’assenza di alcuni componenti, che ha fatto mancare il numero legale. Siamo di fronte ad un fatto di assoluta gravità che calpesta le più elementari regole di organizzazione della vita interna in un partito”.

“I ricorsi – aggiunge – vanno esaminati, e poi accolti o respinti: non si possono certo ‘congelare’. Ritengo inaccettabile che si utilizzi qualunque mezzo pur di impedire che il mio ricorso venga esaminato: evidentemente, chi ostacola i lavori della commissione sa che le mie osservazioni sono fondate. A questo punto – conclude Speziale – mi aspetto che i vertici del PD intervengano per ripristinare la piena legalità all’interno del partito e per impedire che si porti avanti questo golpe”.