C’è stato un tempo in cui lavorare al Petrolchimico di Gela significava essere privilegiati. Uno stipendio sicuro, in un settore che non conosce crisi. Nessuno degli operai del grande stabilimento poteva immaginare di dover fare un giorno i conti con la disoccupazione.

Sono arrivate le prime lettere di licenziamento. Chi le ha ricevute è entrato di diritto nel grande bacino dei lavoratori che per anni, alcuni anche un quarto di secolo, hanno prestato servizio in uno dei tanti colossi industriali che hanno chiuso i battenti in varie parti d’Italia.

Se chiude il petrolchimico, Gela, paesone di 80mila abitanti, rischia di morire. Le vie di accesso allo stabilimento sono bloccate: tutti a manifestare, gli ex dipendenti, i cittadini, le istituzioni civili e religiose. A scendere in piazza per i lavoratori anche il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, che dopo aver incontrato gli operai in presidio davanti ai cancelli del petrolchimico ha scritto una lettera ai vertici dell’Eni.

Il prefetto di Caltanissetta Carmine Valente ieri ha precettato una cinquantina di lavoratori turnisti per garantire i servizi di sicurezza e di emergenza dell’impianto. Ma la multinazionale ha deciso la dismissione, con un eclatante dietrofront e l’annullamento degli impegni di spesa di oltre 700 milioni.

“Che ne sarà di noi?”: lo chiedono incessantemente i tremila dipendenti della raffineria e dell’indotto che conta decine di fabbriche. La Riva e Mariani ha licenziato 15 dei 40 dipendenti per mancanza di commesse di lavoro; a rischio anche i 90 dipendenti dell’ azienda chimica francese Ecorigen, perché il fermo della raffineria non garantisce più la fornitura delle materie prime per i processi di lavorazione.

I sindacati fanno incessantemente appello al governo regionale affinché intervenga in modo risolutivo permettendo la ripresa della produzione. A Gela si spera e si prega. Oggi a Roma si terrà infatti il vertice fra governo, azienda e il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta.

Lui che a Gela è nato, amministrando la cittadina per due mandati, sa bene cosa significherebbe la chiusura del petrolchimico. “Non permetterò un’altra Termini Imerese” ha ripetuto più volte in questi giorni.

Molti esponenti politici sono d’accordo su un punto: se l’Eni lascerà davvero la Sicilia, bisognerà chiederle un risarcimento miliardario. Lo ha ribadito anche il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, ieri a Palermo: “Ci troviamo di fronte alla gestione di una multinazionale a compartecipazione statale con un fatturato annuo di 170 miliardi di euro, una delle societa’ piu’ potenti al mondo. Deve intervenire lo Stato non si può lasciare i territori e un sito come quello di Gela senza interventi di bonifica e senza pagare il danno ambientale causato in questi anni”.

C’è anche chi ha imbocca la via della provocazione, come i deputati grillini all’Ars che la scorsa settimana hanno così commentato. “L’Eni lascia la Sicilia? Benissimo. Ne guadagneranno l’ambiente e la salute dei siciliani. Ma prima risarcisca i cittadini”.

Il petrolchimico, inaugurato nel 1964, ha dato lavoro a migliaia di persone. Negli anni Settanta i dipendenti erano 10mila. Poi arrivò il tempo della conta dei danni ambientali, dell’allarme sull’alta incidenza dei tumori nella popolazione. Gela si rese conto di essere ‘malata’: ma al Petrolchimico si continuava a lavorare, per portare onestamente il pane a casa, per non cadere nelle mani della criminalità.

Su tutto questo potrebbe essere scritta la parola fine, gettando nella disperazione migliaia di famiglie.