“Se l’Eni intende diventare una holding petrolifera guidata da investitori che in Borsa cercano solo profitto, abbandonando la produzione nel settore della raffinazione, della chimica e quindi l’intera filiera, il governo regionale deve intervenire con tempestività e chiarezza”.

La Cisl regionale e quella della Sicilia centrale intervengono con una lettera aperta all’Eni e al governo della Regione sulla vicenda dello stabilimento la cui produzione si è fermata.

“Emerge chiara da parte di Eni – si legge – l’intenzione di convertire le raffinerie in depositi. Questo piano avrebbe un impatto devastante sulla Sicilia, a partire dalla Raffineria di Gela che attende assieme all’intera comunità un investimento già concordato di 700 milioni di euro, per rendere l’impianto ecocompatibile ed economicamente produttivo e in condizioni di consolidarsi ulteriormente sul mercato. Invece il sito di Gela si potrebbe ritrovare de-rubricato a deposito di greggio. Gela e la Sicilia rischiano di pagare un prezzo incalcolabile e devastante per una scelta che tradisce aspettative legittime di lavoro e la missione produttiva che ha sempre caratterizzato la presenza di Eni in Sicilia e nel bacino del Mediterraneo. La Cisl si chiede, preoccupata, se vi è la consapevolezza di un tale scenario di ulteriore marginalità industriale dell’Isola”.

“La Regione si attrezzi – continua la lettera aperta – per svolgere un ruolo più incisivo, meno passivo e vincoli il governo nazionale a far fronte comune per orientare verso il rilancio produttivo gli investimenti di Eni in Sicilia. Il governo della Regione eviti facili annunci e pretenda l’avvio di un piano industriale che tenga conto che l’apporto dell’Isola al bilancio energetico nazionale rappresenta il 38% di benzina e gasoli e il 40% di metano”.

“Il governatore Crocetta sa bene che le sue annunciate improbabili barricate – incalza la Cisl – non verranno prese in considerazione dai vertici dell’Eni. Il presidente della Regione faccia sul serio la voce grossa, impegni invece il governo Renzi a definire una nuova fase di politica industriale ed energetica a cui la Sicilia può ancora contribuire per lo sviluppo e la competitività dell’intero Paese, riqualificando le presenze d’eccellenza nel sistema già consolidato da decenni nell’Isola; missione realizzabile anche perché siamo di fronte a una grande azienda (in cui il Tesoro, e quindi lo Stato, è azionista di maggioranza) che snatura la sua funzione sociale scaricando le difficoltà sul territorio e i lavoratori dopo decenni di ristrutturazione continua”.

Il sindacato vede nella vicenda Eni Gela il rischio di un’altra Fiat di Termini “In gioco c’è il futuro della residuale presenza della grande industria in Sicilia, non solo a Gela, dove si rischia una nuova Termini Imerese. A rischio c’è anche la credibilità di un modello nuovo di governance delle relazioni industriali, avviato con il protocollo d’intesa del luglio 2012 in prefettura. Convertire la Raffineria in deposito di greggio per la logistica, non garantirà i livelli occupazionali, mortificando le prospettive industriali innovative che quell’accordo aveva sancito”.

“Il sindacato per primo ha dimostrato senso di responsabilità – ricorda la Cisl -. di fronte alla prospettiva e all’impegno di attivare nuove produzioni. L’impegno sottoscritto da Eni a investire 700 milioni nella Raffineria di Gela, puntando sulla produzione di gasolio, coincideva con la riduzione del personale ma pianificava anche la gestione dell’indotto, in un sito all’avanguardia, moderno ed economicamente vantaggioso. Questo dimostra che non siamo il sindacato dello status quo, che chiede di mantenere in vita industrie in perdita. E’ vero il contrario. Abbiamo fatto la nostra parte, a condizione che si investisse in un futuro industriale di lungo periodo. Siamo consapevoli che la Sicilia ha bisogno di investimenti produttivi e d’eccellenza nel sistema industriale nazionale e mondiale.
Troppo facile, oggi, dire che vanno eliminati i rami secchi come la raffinazione, puntando sul business dell’estrazione e preferendo il business dell’intermediazione commerciale e finanziaria”.

“Una scelta strategica del genere rappresenta un tradimento all’intera comunità siciliana che da Mattei in poi ha dato molto più di quanto ha ricevuto, allo sviluppo e all’affermazione della principale azienda nazionale di idrocarburi. Dopo l’accordo tra Raffineria di Gela e sindacato di categoria, pur senza investimenti, lo stabilimento aveva quasi raggiunto l’equilibrio economico-finanziario, prima dell’incendio che recentemente ha causato la fermata della Linea 1″.

Ma il richiamo non si ferma al governo Crocetta “Il governo nazionale non può abbandonare e umiliare Gela e la Sicilia, deve intervenire per sviluppare gli investimenti necessari a salvaguardia dell’intera filiera: perforazione, estrazione, raffinazione e commercializzazione, confermando un investimento in innovazione per raggiungere gli obiettivi di equilibrio economico-finanziario.
L’Eni al contrario, intende investire all’estero per l’estrazione di idrocarburi, nonostante il pericolo dell’instabilità dei governi, come dimostrano i casi di Iraq, Libia e Algeria da dove diverse centinaia di lavoratori sono dovuti rientrare in Italia vanificando importanti investimenti fatti all’estero. Dobbiamo invece rendere conveniente l’attività di estrazione in Sicilia”.

“Le autorizzazioni all’estrazione di idrocarburi – conclude la lettera aperta – non servano solo al profitto delle aziende e alle royalties ma a potenziare l’intera filiera. Il sistema siciliano è un sistema con quattro raffinerie, di Augusta, Priolo, Gela e Milazzo. Se tutte queste società decidono di andare via, con la stessa logica e convenienza perchè non vogliono investire sulla raffinazione, significa che l’economia industriale siciliana fallisce, lasciando un deserto economico e un disastro sociale e ambientale insopportabile. La Sicilia non può rischiare di pagare tutto questo, dopo che per oltre mezzo secolo si è sacrificato e vincolato il nostro territorio alle esigenze nazionali di produzione del fabbisogno energetico. Non si ripetano le approssimazioni e leggerezze politiche già vissute nella fuga della Fiat dalla Sicilia. Abbiamo un peso e un valore sociale e produttivo da far pesare al governo e ai ricchi tecnocrati dell’Eni. La reazione sociale e di mobilitazione sarà durissima e ampia. Ma immediata, seria e responsabile deve essere la presenza e l’intervento dei governi nazionali e regionale, a orientare le necessarie politiche di investimento industriale nell’area di Gela”.