Sono tornate le barricate al petrolchimico di Gela, con i lavoratori del diretto e dell’indotto che dall’alba presidiano le vie d’accesso alla fabbrica contro “l’annunciato ridimensionamento produttivo dello stabilimento”. Anche sabato scorso c’era stata un sit-in di protesta.

Le maestranze dicono “no” al ventilato disimpegno dell’Eni, “le cui scelte, con il congelamento degli investimenti pari a 700 milioni di euro – spiegano i sindacati confederali – bloccano di fatto il processo di riqualificazione e di rilancio e mirano a ridurre la raffineria a un deposito costiero di idrocarburi”.

Bloccato, da stamani, il transito di persone e merci. E’ consentito il passaggio al solo personale turnista addetto agli impianti, che sono fermi dal 15 marzo, dopo l’incendio divampato nell’area dell’isola 7 nord, ma che vengono mantenuti “a caldo” per motivi di sicurezza. La direzione aziendale ha comunicato alle organizzazioni sindacali che al momento non intende riavviarli perché il mercato dei carburanti è già saturo da sovrapproduzione.

Il petrolio dei giacimenti di Gela viene trasferito in altri stabilimenti e gli operai in lotta hanno deciso di presidiare anche il “centro oli” di raccolta del greggio in contrada Piana del Signore nonché la vicina stazione di imbottigliamento del gas.
Il sindaco di Gela, Angelo Fasulo, ha chiesto al prefetto di convocare un tavolo di confronto urgente tra le parti.

Il parroco della chiesa “S. Lucia”, don Luigi Petralia, assistente spirituale del presidente della regione Siciliana, Rosario Crocetta, lancia un appello allo stesso governatore tramite una lettera aperta attraverso cui chiede di “bloccare questa follia della deindustrializzazione, che sarebbe il colpo di grazia non solo per Gela, ma per tutto il Meridione”.