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L’aria giovane dell’alba si mescola con quella dell’abitacolo passando dal finestrino semiaperto e scombinando con allegria i suoi capelli. Il privilegio di assistere alla nascita del sole che, partorito dal ventre infuocato dell’orizzonte, dissolve le foschie notturne restituendo profondità alle campagne circostanti è una ricompensa più che sufficiente per la sveglia anticipata.

Oggi ha scelto In Rainbows come unità di misura della durata del viaggio. Ha sempre pensato che l’inafferrabilità del tempo fosse la causa della percezione ostile che gli esseri umani hanno del suo scorrere, e che misurarlo in termini di qualcosa di meno freddo e distante di una lancetta che ruota attorno a un quadrante – granelli di sabbia che cadono delicatamente gli uni sugli altri, per esempio. O, nel suo caso, il susseguirsi dei brani di un disco – potesse contribuire a renderlo meno spaventoso.

How come I end up where I started?”, canta la voce nervosa di Thom Yorke incalzata dal battere sincopato della drum machine; entra anche la batteria e con leggeri colpi del palmo destro sul volante riproduce il ritmo scandito dal rullante. Quando dalle casse arriva l’arpeggio di chitarra per un attimo non sa se continuare a percuotere il volante o cominciare a pizzicare invisibili corde con un plettro immaginario.

La canzone è quasi giunta al suo punto intermedio nell’istante in cui un rombo cupo sembra unirsi alla normale linea di basso; la strada comincia a ondeggiare orizzontalmente, con violenza. Istintivamente la sua mano destra smette di seguire il ritmo e si serra sullo sterzo: quel tuono innaturale che sembra provenire dal basso anziché dal cielo è l’unico suono che adesso riesce a percepire. Scala di marcia e prova a frenare, ma è come farlo sul ghiaccio. E ciò che vede dal parabrezza non ha senso: davanti a sé non c’è più la strada, ma un gradino di svariati centimetri. “Fifteen steps, then a sheer drop” dice, non ascoltato, Thom Yorke; la corsa dell’auto si infrange contro il gradino. Cessa la musica. Cessa il rumore.

L’aria fresca del mattino gioca con il suo corpo disteso sull’asfalto.  Sente una voce carica di concitazione, il cui volto è immerso in una fitta nebbiolina di danzanti puntini variopinti, dire – Guarda… Ha aperto gli occhi. Riesce a sentirmi? Riesce a capire quello che dico? -.  Certo che ci riesco, risponde; ma quando si sente  rivolgere la stessa domanda ancora una volta capisce di aver solo farfugliato e fa cenno di sì con la testa.

– Bene, ascolti: un giunto ha ceduto e la sua auto si è schiantata contro il dislivello. Entrambe le sue gambe sono rotte e stiamo per trasferirla in ospedale, ok?

Un altro cenno di assenso. Un senso di torpore appesantisce le sue palpebre; devono essere i sedativi, pensa.

– Sai che il profeta Geremia cominciò le sue predicazioni nel 626 avanti Cristo? Certo che alle volte le coincidenze…-, dice la voce, ora più calma, a qualcuno che emette una specie di grugnito come risposta.

Prima di richiuderli, i suoi occhi si fermano sul guard-rail e su due segnali sovrapposti.  Il primo è quadrato e bianco, il numero 48 stampato al suo interno. Sotto ad esso, più piccolo, c’è un segnale rettangolare a sfondo blu recante la scritta: SS 626.

NDA: auguri di pronta guarigione a Monia Greco e Gaetano Curasì che all’alba del 21 maggio sulla statale 626 c’erano per davvero.

Fonte foto: geremia