È stato il tanfo della segatura bagnata, ieri sera, per la festa di Sant’Agata, a farmi ricordare l’uomo scheletrico in livrea rossa e oro che quasi cinquant’anni fa, con il suo miglior sorriso, dopo aver ritirato il biglietto che tenevo stretto stretto tra le dita mi introdusse, occhi e bocca spalancati, nello stupefacente mondo del circo.

La strada è l’unica salvezza, cantava durante la mia giovinezza Giorgio Gaber. E ieri sera ho avuto la riprova che aveva ragione per quanto di terribile e meravigliosamente umano, materiale, autentico, ho visto, udito, odorato, toccato, gustato. Niente web, per una sera, niente tweet e tv, solo l’orrenda calca, quella folla che per Shakespeare era mostro dalle mille teste. Niente di politicamente corretto, insomma. Solo il Gran Circo Catania, con la sua potente volgarità, con tutta la sua commovente ed esaltante umanità.

Per Sant’Agata, ben prima che il web 2.0 esaltasse la figura del prosumer, pubblico e artisti del Gran Circo Catania erano una cosa sola. E la folla, oggi come cent’anni fa, è sempre punteggiata da meraviglie e fenomeni da baraccone. Certo, a nani e ballerine da vent’anni a questa parte abbiamo ormai fatto il callo, anche se alcuni riescono a stupirci ancora, se non altro per l’impudenza.

Ma il circo, potreste obiettare, è una comunità itinerante, come gli zingari.

Beh, esistono anche gruppi di gitani diventati stanziali, uccelli con le ali tagliate, pesci senza pinne. E i catanesi, come continua a ripeterci lo storico Tino Vittorio, sognano la libertà del mare, senza saper nuotare.

Per noi, comunque, come per qualunque altro circense, quel che conta davvero è l’esibizione del rischio: cosa potrà mai farci paura vivendo sotto un vulcano che sprizza lava, quella che fece fuggire a gambe levate persino Mino Lacedelli, il conquistatore del K2?.

I rischi, per la Festa, sono innumerevoli: di finire schiacciato da una candelora o dal fercolo, incendiato da un cero acceso, avvelenato da una polpetta, ucciso durante una lite (è accaduto anche questo) o morire perché il tuo motorino scivola sulle basole incerate. Ma mai niente la fermerà. Come diceva Phineas Taylor Barnum, The show must go on. Allora via con le candelore che ballano al ritmo di allegre marcette – non notate quanto siano somiglianti alle tradizionali musiche da circo? – per via di uomini di forza che starebbero benissimo in tuta a righe e con un bel paio di baffi a manubrio a ornare quelle facce rubiconde.

Sono loro ad aprire la parata. Ma, visto che da qualche mese ormai possiamo fregiarci senza tema di smentite – lo ha rilevato uno studio della Cgil – del titolo di città più precaria d’Italia, comincerò il mio elenco di quanto visto ieri da una precisa schiera d’artisti da circo, tra i tanti incontrati sotto l’immenso tendone nero pietosamente steso dalla notte sulla nostra città.

Ecco dunque gli equilibristi della spesa quotidiana, le madri abituate a camminare con destrezza sul filo, mentre vi stendono i panni impavesando di colori strade e vicoli. Ecco i contorsionisti del lavoro, i funamboli del ratteddu, i giocolieri dell’espediente: tutti coloro per i quali la Provvidenza manzoniana è, oggi più che mai, quotidiana necessità.

Erano innumerevoli, ieri, questi acrobati della speranza, a servire caffè nei bicchierini, ad affettare cedri, abbanniaribomboloni, spezzare torroni, far galoppare sulle graticole decine di cavalli (a fette naturalmente, e rigorosamente spolverati d’aceto con un rametto d’origano).

Le vie del centro di Catania, ieri, erano un’incredibile galleria d’arte, tra cavallerizze grasse di Botero,  famiglie di saltimbanchi di Picasso e tutti i protagonisti dei variopinti circensi di Marc Chagall, a cominciare dall’acrobata della Rivoluzione russa, che ricorda quello del primo film di Chaplin sul circo. Ma anche qui a Catania siamo abituati a camminare sulle mani: non scordiamo che quella dedicata ad Agata è anche, in un certo senso, una festa di Carnevale. Erano – e sono – quelli i giorni del mondo alla rovescia, in cui il popolano poteva pavoneggiarsi nel suo vestito da barone e le ‘ntuppateddi godevano di straordinaria libertà, anche sessuale.

La parata prosegue, tra profumi di multietnica carne arrostita – i qebab proliferano -, con facce di pietra come i mascheroni barocchi, mangiatori di spade luminose e divoratori di mele caramellate, ma ci sono anche vecchi leoni spelacchiati, grilli parlanti, scippatori capaci di qualunque acrobazia motociclistica, orsi ammaestrati, lanciatori di coltelli, straordinari illusionisti – qui, lungo la via Etnea, il cavalier Recca tirò fuori dal cappello la prima emittente privata d’Italia. E ancora, tra  palloncini e bolle di sapone e l’odor di caramello dei torroni, ecco autentiche fiere dagli occhi iniettati di sangue, donne sui trampoli a zampettare a ritmo di musica e clown tristissimi figli della crisi, pagliacci che un sorriso non riescono a farselo venire nemmeno dipinto.

Innumerevoli artisti d’ogni genere sono, i Catanesi. Circensi alla ricerca del numero perfetto, che li faccia sfondare e li consegni alla storia. Povera, meravigliosa, gente.

Così, ogni anno, per Sant’Agata, facciamo numero. E facciamo il nostro numero. Con destrezza, abilità, velocità, coordinamento, equilibrio e precisione. Con convinzione e assumendoci grandi rischi, come il domatore di leoni pronto a infilare la testa tra le fauci di quel mostro che è la vita. Convinti che deve esistere una possibilità di travalicare il fisico.

Ecco perché al centro di tutto sta la fanciulla dei miracoli. Al suo apparire il cielo notturno fiorisce di colori, i botti si fanno assordanti scacciando via le orde di demoni che affliggono la nostra quotidianità. Soltanto a guardarla sembra di udire un lontano garrire di rondini, promessa di primavera del gelido febbraio.

Intanto, solitario, nella pista principale, un piccolo elefante di pietra nera, con una candida gualdrappa sulla schiena, fa il suo numero di equilibrismo.

Giuseppe Lazzaro Danzuso, catanese, classe 1958, è un giornalista scrittore e regista. Comincia a scrivere giovanissimo come critico teatrale del quotidiano catanese del pomeriggio Espresso sera, poi lavora con Antenna Sicilia e con il quotidiano La Sicilia. Passa all’Ansa, prima dirigendo l’ufficio di Catania, poi, a Roma, come coordinatore della redazione televisiva che realizza tg per Bloomberg Tv e Stream News. Lavora all’ufficio stampa del Comune di Catania e collabora con riviste di turismo italiane ed estere. Ha scritto numerosi libri sulla Sicilia. Da regista ha realizzato circa 25 documentari. Nella sua carriera ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio giornalistico nazionale “Più a Sud di Tunisi” per il reportage (2006), il Premio giornalistico internazionale Pantalica (1995), il Premio Internazionale Polifemo d’argento (1993). È consigliere, professionista, dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia.