L’ultima volta al palazzo di giustizia di Catania risale al 1989: se ne tornò con una condanna all’ergastolo sul groppone che poi venne confermata dalla Cassazione.

In questi 25 anni, però, la vita di Giuseppe Gulotta è cambiata almeno tre volte. E’ stato condannato, è stato rinchiuso in carcere per 22 anni e poi riconosciuto innocente dopo la revisione del processo e l’assoluzione da parte della Corte d’Appello di Reggio Calabria. La storia di Gulotta, l’uomo finito in galera per la strage di Alcamo Marina del 1976 e scagionato dalla testimonianza di un carabiniere solo qualche anno fa, è di quelle che meritano di essere raccontate.

Eppure Giuseppe ha la forza di vedere il bicchiere mezzo pieno: “I telefonini? Li ho visti solo dopo qualche tempo, ma io, nella mia grande sfortuna, posso ritenermi un fortunato perché in questi 22 anni di carcere ho beneficiato di tutte le opportunità fornite dalla Legge Gozzini, dai permessi alla semi libertà. In questa vita, nonostante la mia disgraziata situazione, qualcuno mi ha aiutato. Forse dal Cielo, chissà…”

Quando gli chiediamo di descrivere cosa è la libertà, Gulotta illumina il suo volto con un sorriso sereno che esalta le piccole cose. Gesti consueti per molti, conquiste per quanti ne sono stati privati. “La mia libertà è stare accanto alla mia famiglia. E’ tanto, credetemi – dice Giuseppe -. Ma anche decidere, senza chiedere il permesso a qualcuno, se domani bisogna partire per andare a trovare la mia famiglia in Sicilia o rimanere a Certaldo dove vivo. Vede, la libertà può essere descritta con poche o tantissime parole…”

La storia di Giuseppe assomiglia a quella di Hurricane Carter, il pugile afroamericano ingiustamente detenuto per 20 anni ed interpretato in un film, diventato un cult movie, da Denzel Washington: “Chi? Guardi, mi scriva il nome su un pezzo di carta, sono curioso…”, ci dice Gulotta che ha già raccontato la sua vicenda in ‘Alkamar, la mia vita in carcere da innocente’, un libro uscito nel maggio scorso che potrebbe diventare un film o una fiction.

Oggi, a distanza di 25 anni da quel giorno in cui venne condannato all’ergastolo, Giuseppe si aggira fra i corridoi del palazzo di Giustizia di Catania. C’è un’altra pagina della sua vita che viene raccontata in un’aula di tribunale. In Corte d’appello si attende, infatti, la sentenza nel processo di revisione per Giovanni Mandalà, anche lui condannato all’ergastolo per la strage di Alcamo, ma deceduto nel 1998 in carcere a causa di un tumore: “Sono qui in segno di vicinanza alla famiglia. Io non conoscevo Mandalà, ma questa sentenza d’assoluzione reintegra, anche se dopo morto, la sua dignità”. 

Alla luce di quello che le è successo prima e dopo, secondo lei la legge è uguale per tutti?: “Bella domanda. Sarebbe uguale per tutti se fosse rispettata altrimenti non è uguale per nessuno”.