A Brancaccio trascorse soltanto tre anni, un tempo assai breve, quasi un soffio di vento.
Quando nella popolosa e difficile borgata videro per la prima volta quell’uomo dall’aspetto mite, in pochi avrebbero sospettato di trovarsi di fronte al più appassionato fautore della promozione umana ed evangelica di un popolo intero e di una Terra segnati quotidianamente dall’odio e dalla violenza.
Le sue parole, come quelle “piccole gocce che fanno il mare”, una delle espressioni di Don Pino che sintetizzano il suo impegno civile, furono balsamo dell’anima per i disperati, spade infuocate per i malavitosi.

Nella roccaforte di un potere costruito sulla morte e la sopraffazione, venne stabilito che Padre Puglisi doveva morire. Sarebbe stato, speravano i boss Graviano, uno dei tanti morti ammazzati di quegli anni. Un nome e un viso da dimenticare subito, specie in un quartiere maledetto dove le necessità di non soccombere alla legge del più forte non impongono di certo esami di coscienza o sentimentalismi.

Padre Puglisi non solo non è stato dimenticato, sarà il primo martire di mafia riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa cattolica. Un sacerdote che ha saputo fare dono di sé – nel modo più autentico – agli altri. Un uomo che i miracoli ha saputo farli da vivo. Da uno di questi prende spunto “Il miracolo di Don Puglisi”, il libro del giornalista e scrittore siciliano Roberto Mistretta (Edizioni Anordest) che racconta la vita del parroco di Brancaccio a partire da uno dei prodigi compiuti con il suo operare e il suo essere testimonianza reale di cambiamento, la conversione di Giuseppe Carini, un ragazzo cresciuto sognando di diventare un uomo di Cosa nostra, sino a quando – come ci spiega l’autore – l’incontro con quegli occhi assetati di verità non cambiò tutto.

D- Chi è oggi Giuseppe Carini?
R- Rispondo con le sue parole: “Sono un testimone di giustizia, un uomo che ha deciso di dare voce alla verità. Un uomo che ha fatto una scelta e da anni ne accetta le conseguenze. A volte però mi chiedo in che Paese viviamo. Sia per la mia storia personale, vuoi perché siciliano, fin da piccolo sono stato abituato a convivere con l’omertà. Quanti appelli nel corso degli anni abbiamo registrato da parte dei magistrati per rompere quel muro di omertà che contraddistingue la nostra società e di aiutarli ad accertare la verità dei fatti e dei misfatti riconducibili alle organizzazioni mafiose. Io decisi di abbatterlo quel muro. Lo dovevo a padre Puglisi. Lo dovevo a me stesso. E testimoniai, ma quante complicazioni quando fui inserito nel programma speciale di protezione”.

D- Come ha avuto modo di venire in contatto con lui?
R- Fu il giudice Giovanbattista Tona, amico dai tempi dell’università di Giuseppe Carini, a mettermi in contatto con lui che vive in località segreta ed ha usufruito del cambio di generalità del programma protezione testimoni, per avere testimoniato in due processi contro gli uomini di cosa nostra.
Incontrare Giuseppe Carini non è stato semplice, ma dopo lunghi scambi epistolari via mail, lo scorso settembre siamo riusciti a vederci per alcuni giorni in una città concordata. Ovviamente ero molto teso ma determinato a conoscere tutto del suo percorso di vita vissuto con don Puglisi. Non fu facile all’inizio fare aprire Carini. Quei ricordi sono dolorosi. Addirittura avevo persino deciso di rinunciare al progetto e una sera gli parlai a cuore aperto: se lui, che aveva vissuto fianco a fianco con don Puglisi non riusciva a rendermelo vivo, di carne e sangue, come avrei potuto a mia volta rendere viva ai lettori la loro storia? Il giorno dopo, Carini, dopo una notte insonne, e con gli occhi gonfi di pianto, mi disse che avevo ragione e finalmente aprì il suo cuore alle mie domande. Ed è così che ho potuto scrivere questo libro. Ho registrato circa cinquanta ore di conversazione. Nei mesi successivi ho lavorato trascrivendo integralmente le registrazioni. Poi ho lavorato di fino, sfrontando, puntellando, arrotondando per dare circolarità alla storia ed ho deciso, per rendere immediato l’approccio, di fare parlare Giuseppe Carini in prima persona. Ho anche contattato Pino Martinez presidente del Comitato Intercondominiale e collaboratore di don Pino, e Gregorio Porcaro all’epoca diacono, e mi sono avvalso dei loro ricordi e testimonianze scritte, Finora i commenti dei lettori hanno premiato questa scelta.

D- “Il miracolo di Don Puglisi” non è soltanto un ritratto del parroco di Brancaccio ma anche la storia di un uomo che cambia il proprio destino quasi senza saperlo…
R- Racconta la conversione di Giuseppe Carini che smaniava per diventare un uomo d’onore, ma dopo avere incontrato sulla sua strada don Pino Puglisi, ha cambiato radicalmente vita. E dopo l’assassinio di don Pino, ha scelto di testimoniare contro la mafia, di fare nomi e cognomi, di puntare l’indice accusatorio. Una scelta di vita pagata a caro prezzo. E racconta aspetti tanto inediti quanto edificanti della vita di Padre Pino Puglisi o 3P come amavano chiamarlo i ragazzi di Brancaccio, i suoi ragazzi. Credo che ci sia ancora molto da scrivere nella storia di questo umile prete di frontiera che aveva fatto dell’amore verso gli altri e della semplicità il suo tratto distintivo: poco pompa e molta sostanza. Gesti che nella loro immediata semplicità diventavano dirompenti in una realtà come Brancaccio.

D- Come inizia il cammino di Carini verso quel ‘miracolo’ descritto nelle pagine del suo libro?
R- Con una semplicissima richiesta da parte di Padre Puglisi a Giuseppe Carini, all’epoca ventenne e studente universitario in Medicina. Mi rifaccio alle parole del libro: “Tutti possiamo fare qualcosa se lo vogliamo. Nulla viene dal nulla. Ogni cosa nasce dal piccolo e senza le singole gocce non ci sarebbero i mari né gli oceani. Regala ai bambini di Brancaccio un’ora del tuo tempo”. Don Pino lasciò cadere la sua proposta con naturalezza. Il contadino quando semina sa che i tempi per la raccolta sono lunghi. E aspetta, per mesi, per intere stagioni. Con pazienza.
“Un’ora a settimana è una goccia. Una sola ora del tuo tempo non ti stravolgerà la vita né le abitudini ma contribuirà ad alimentare quel mare di speranza di cui c’è tanto bisogno”. Semi che cadono. Zolle che si aprono. Acqua e sole faranno il resto. La natura segue il suo corso. Ma come spiegargli che non si trattava di una semplice ora a settimana ma di un’ora da dedicare a Brancaccio? Equivaleva a fare una scelta. Una scelta di rottura con uno stile di vita consolidato e un traguardo già in vista. Campanelli fastidiosi simili a vespe inferocite mi rimbombarono nel cervello. Quel prete era pericoloso. Toccava corde profonde. Le corde del cuore. Non ero pronto a mettermi in discussione. Non volevo mettere in discussione il mio vissuto né il mio avvenire”.
Giuseppe Carini dopo un lungo travaglio interiore decise di regalarla quell’ora a settimana e la sua vita fu travolta e stravolta dall’energia vitale che don Pino sprigionava in ogni cosa che faceva, perché ogni sua iniziativa nasceva dal profondo del cuore, era frutto totale d’amore e donazione di sé agli altri.

D- La sua produzione letteraria è vastissima: noir, fiabe, romanzi, commedie dialettali. Adesso un racconto-confessione che è anche cronaca, una scelta di certo non semplice
R- Tre anni fa, mentre lavoravo alla stesura di “Giudici di frontiera-interviste in terra di mafia” a sei magistrati impegnati in prima linea contro cosa nostra (Salvatore Sciascia Editore), intervistai il giudice Giovanbattista Tona, che da universitario iscritto alla FUCI, fu allievo spirituale di Padre Puglisi. Il dott. Tona, seppure a distanza di tanti anni, parlava di don Pino con affetto filiale e grande commozione, tant’è che intitolai quel capitolo “L’insegnamento di don Pino Puglisi nell’esercizio giornaliero del proprio dovere”. Rimasi molto colpito dai sentimenti tutt’ora vivissimi che il magistrato nutre verso il suo padre spirituale. E chi è capace di suscitare simili sentimenti a distanza di vent’anni, non può essere un uomo comune. Insomma, il seme era stato gettato. Quel seme mise radici in me e lo scorso anno, sentii forte la necessità di raccontare aspetti inediti della vita di questo straordinario testimone e martire del nostro tempo.

D- Si parla spesso delle difficoltà dei testimoni di giustizia, costretti ad un’altra identità pur di salvarsi la vita
R- Grazie a Giuseppe Carini sono venuto in contatto con altri testimoni di giustizia e col presidente della loro associazione nazionale, Ignazio Cutrò, siciliano anche lui. E tutti lamentano di sentirsi poco protetti, poco sostenuti e poco valorizzati dallo Stato a cui hanno dimostrato fedeltà assoluta testimoniando contro i delinquenti. Credo che la legge che risale al 2001, vada rivista, aggiornata e migliorata, rapportandosi con le reali esigenze giornaliere dei testimoni di giustizia. Inoltre basta leggere quello che ha scritto nella sua relazione la Commissione medico-legale nominata dal ministero. In tale relazione semestrale che la Commissione presenta al ministero nell’ambito della protezione, è comparso un nuovo capitolo, quello delle malattie mentali sviluppate dai testimoni di giustizia dove esiste un rapporto diretto tra causa ed effetto, ovvero tra la permanenza nel programma di protezione e la comparsa dei disturbi. Incidenza che è via via aumentata . Negli anni insomma, la stragrande maggioranza dei testimoni di giustizia, a causa dell’indifferenza e della negligenza di questo programma di protezione frammentato e incompiuto, ha sviluppato patologie e stress traumatici ormai cronicizzati. Urgono provvedimenti, perché chi è dalla parte dello Stato deve poter vivere nella sua terra. Fintanto che i testimoni saranno costretti a nascondersi, lo Stato e quindi tutti noi, continueremo a patire cocenti sconfitte. In un Paese normale, dovrebbero essere i delinquenti a doversi nascondere.

D- La scelta della Chiesa di non costituirsi parte civile nel processo contro mandanti ed esecutori dell’omicidio di Padre Puglisi suscitò non poca indignazione nell’opinione pubblica…
R- La Chiesa ha commesso una madornale empietà: non essersi costituita parte civile al processo contro esecutori materiali, complici e mandanti dell’omicidio, è stato l’ultimo affronto che si potesse fare a Padre Pino Puglisi. S’è dimostrata pusillanime e se non proprio complice, quanto meno connivente coi malacarne che si sono macchiati le mani del sangue innocente di don Puglisi. La storia che si ripete. Durante la mia tour per presentare questo libro in tutta Italia, più di un sacerdote mi ha confidato che don Pino era criticato proprio da altri uomini di Chiesa, per il suo eccessivo zelo ed il suo amore verso il prossimo. A lui chi glielo fa fare? Qualcuno mi ha anche confidato che la mafia aveva alzato il tiro delle sue minacce. E quindi l’assenza plateale della Chiesa al processo sembrava dare ragione ai mafiosi. Ma la storia sta dimostrando che la vita non muore mai. E don Pino era vita allo stato puro, nell’eccezione più bella del termine. La mafia è solo morte. Oggi la Chiesa sta rimediando alla sua vigliaccheria. La dicitura martire in odium fidei, col quale si beatifica Padre Pino Puglisi, traccia una linea netta di demarcazione tra il prima e l’adesso: sta a significare che la mafia non è cristiana, non è lo mai stata e mai lo sarà. Ma fintanto che i mafiosi e i loro accoliti continueranno a non essere banditi dalla chiese, dalla confraternite, dalle associazioni religiose, tale dicitura resterà un contenitore vuoto. Meno pompa e più sostanza. Come ci ha insegnato don Pino.

D: Come si è approcciato all”incontro’ con Don Puglisi? Ovvero lei è credente?
R- Credo nei fatti. Non accetto in toto i dogmi della Chiesa, che troppo spesso trovo ipocriti e bigotti. Coltivo tuttavia un singolare rapporto con chi sta lassù. Non siamo certo frutto del caso. Basta guardare l’ordine delle cose attorno a noi, l’armonia del creato, la bellezza della natura. Credo che noi siamo il frutto (malriuscito) di un immenso progetto d’amore. E poi ho avuto prove concrete d’un amore “celeste” che ha contrappuntato particolari e dolorosi momenti della mia vita e quella di persone a me carissime, ma qui entriamo troppo nel privato. Diciamo quindi che sono un credente atipico, non picchiapetto né bacchettone e alle imbalsamate cerimonie, tanto noiose e prolisse, preferisco l’impegno civile concreto.

D- Cosa le ha insegnato la scrittura de “Il miracolo di Don Puglisi”?
R- Che si può fare autentica antimafia senza gridarlo ai quatto venti come sono adusi fare i carrieristi dell’antimafia, presenziando in tutti i salotti televisivi e affacciandosi dalle prime pagine dei giornali. L’antimafia si fa con la pedagogia, insegnando ai bambini ad avere dignità, ai ragazzini ad osservare le regole, ai giovani ad essere padroni del proprio futuro. Quello che faceva don Pino a Brancaccio. Quello che aveva fatto in precedenza a Godrano dove aveva pacificato famiglie in guerra da decenni, ponendo fine ad una faida che aveva lasciato tanti morti per strada. Mi ha insegnato a guardare ai fatti e non alle apparenze. Mi ha insegnato che non tutti gli uomini di Chiesa sono uguali. E che le parole non supportate da fatti, sono come sabbia di mare che l’acqua spazza via.

D- Perché bisognerebbe leggere il suo libro?
R- Ho cercato di offrire loro lo spaccato di vita vissuta di due creature che si sono incontrate a Brancaccio. Un giovane smarrito che se non avesse incontrato padre Puglisi oggi figurerebbe nell’elenco dei mafiosi quarantenni o sarebbe già cadavere, e un sacerdote innamorato della vita e degli altri a cui si donava senza riserve. Spero di avere contribuito a fare conoscere meglio la “francescana” figura di don Pino. Mi piacerebbe che i miei lettori pensassero che i veri miracoli sono quelli che incidono nel profondo dell’animo e non soltanto quelli che sanano patologie corpi malati.

D- Parteciperà alla beatificazione del 25 maggio?
R- Assolutamente sì!