Nella vita e nell’agenda di un cronista, gli incontri si susseguono rapidamente.
Nomi che si aggiungono ad altri, storie, volti, domande e risposte.
E al di là della notizia, accade di incrociare sguardi ed ascoltare parole che non dimentincherai più.

Il video che vi mostriamo, è un esempio di quanto sinora detto. E’ il racconto dell’oscenità del male, assoluto e prepotente. Di un ricordo “perpetuo” vissuto sulla propria pelle ma diventato collettivo. Di un dolore che appartiene a ciascuno, a quelli che non ci sono più così come a quelli che ci saranno dopo, a chiunque si chieda come sia potuto accadere che uomini abbiano fatto questo ad altri uomini.

Vogliamo celebrare il 27 gennaio riproponendovi la testimonianza di Francesco Paolo Barrancotto, classe 1921, che BlogSicilia ha avuto il piacere di incontrare ed intervistare lo scorso anno, in occasione della Giornata della Memoria.
La sua è una tra le oltre 750 mila storie di altrettanti soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943: uomini catalogati come IMI (internati militari italiani), condotti nei lager del Terzo Reich.

Nel raccontare il proprio olocausto, Francesco è un fiume in piena. Ricorda i nomi e i visi dei commilitoni che oggi non ci sono più. Chi ebbe la fortuna di tornare a casa dopo la guerra, dovette fare i conti con un’esistenza mutata per sempre, e la consapevolezza di aver visto e vissuto ciò che mai si vorrebbe mai conoscere. “Non è stato facile ricominciare – dice Francesco con la voce rotta dal pianto – .Quando sono tornato a Polizzi Generosa – suo paese d’origine – ero distrutto. Come se la guerra, oltre alle città e ai palazzi, avesse bombardato anche me. Pesavo 33 chili, mi reggevo in piedi a stento. Non ho mai dimenticato, ed è giusto che sia così. Le nuove generazioni devono sapere cosa è successo realmente”.

Francesco Barrancotto ha incontrato nel corso della propria vita migliaia di studenti. Per raccontare loro gli orrori del nazismo. Nel 1941, a soli 19 anni, ricevette la chiamata alle armi, partì il 5 gennaio.
Dopo l’Albania, venne trasferito a Rodi. L’8 settembre del 1943 cambiò tutto.
“Quella mattina stessa aerei cominciarono a sorvolare i nostri cieli lanciando volantini sui quali c’era scritto che i nostri nemici non erano più gli anglo-americani ma i tedeschi”. Fu l’inizio dell’orrore più cupo.

Le memorie di Francesco sono raccolte in due pubblicazioni. Il primo libro “La stanza dei ricordi”, è un’autobiografia puntuale ed attenta “di uno che non aveva completato nemmeno la prima elementare, quasi analfabeta ma che a 80 anni ha pensato: voglio provare a scrivere la storia della mia vita”. Una vita narrata nel volume “Il male assoluto, la dura memoria della Shoah” che raccoglie sei racconti biografici di deportati e internati nei lager nazisti, pubblicazione della collana I Quaderni della Memoria, significativo progetto della Provincia Regionale di Palermo curato dai docenti Carmelo Botta, Michelangelo Ingrassia e Francesca Lo Nigro.

Francesco torna con la memoria a Rodi. “I gerarchi presenti sull’isola avevano aderito alla Repubblica di Salò di Mussolini e quindi l’intera penisola balcanica cadde sotto le forze dell’Asse. L’esercito nostro si è arreso”. Il viaggio verso la Germania durò 27 giorni. Prigioniero di guerra numero 18963 e una stella rossa apposta sul pastrano e sul pantalone. Un ragazzo diventato un bersaglio, perchè “Hitler aveva detto che un priogioniero di guerra era come due nemici, e chi ne vedeva uno doveva ucciderlo subito”.

Poi, la terribile destinazione: Lager Rezeikonung di Ssnabruck, nella Prussia Orientale. Oltre dodici ore di lavoro al giorno in una miniera di ferro, pochissima zuppa di rape, ed un chilo di pane nero al giorno da spartire in sei “che tagliavamo fino fino come la carta”. Nessuna domanda, nessuna speranza. “Non credevo – conferma il nostro narratore – che sarei tornato a casa. Volevo vivere, rivedere la mia famiglia, ma farcela sembrava impossibile“.

E poi, i soprusi, innumerevoli, continuamente. “I comandanti tedeschi ci facevano la pipì addosso. Ci pestavano con i piedi, a sangue”. Solo qualche ora per il riposo, e poi di nuovo a lavorare “anche con la febbre o la dissenteria, chi stava male non lo diceva a nessuno. Dall’ospedale non si tornava più”. Nel maggio del 1945 la liberazione, con l’arrivo dell’ottava armata inglese. “Sta gente – ovvero i tedeschi – non doveva nascere proprio – scrive Francesco ne “Il male Assoluto”. E intanto sono nati”.

La memoria che diventa dovere, tributo alle migliaia di vittime inghiottite dalla follia nazista.

(foto tratta da Trani Web)