Le sue lucide esternazioni misero per la prima volta l’accento sul pericolo rappresentanto dalla mafia allora emergente, quella dei “corleonesi”. “La repubblica dei mafiosi”, pubblicato sul Giornale di Sicilia poco prima di morire, è un ritratto della società e della politica dell’epoca, quella che con tanti lutti e tanti drammi trafiggerà la Sicilia nei decenni a seguire. La mafia, in quel periodo, era quasi un concetto astratto.

Lui è Mario Francese, cronista di giudiziaria del “Giornale di Sicilia”. Il 26 Gennaio 1979 fu assassinato dalla mafia davanti al portone di casa in viale Campania, a Palermo.

Per ricordarlo, l’Unione nazionale cronisti ha organizzato, come ogni anno, una cerimonia sul luogo dell’agguato. Niente di che. Una delle solite cerimonie commemorative che vogliono tenere vivo il ricordo di un uomo e di un eroe silenzioso.

E, come gli altri anni, la vedova, Maria Sagona, e i figli Giulio e Massimo Francese, sono stati circondati dalle autorità e dai colleghi di Giulio. In viale Campania, stamattina, il
vicesindaco Marianna Caronia, il prefetto Giuseppe Caruso, il dirigente della Dia, al questore e i comandanti provinciali di carabinieri, Guardia di finanza, polizia municipale.

“La società sana – ha detto Leone Zingales, segretario dell’Unci di Palermo – fu colpita dall’uccisione di Mario Francese. Qui oggi è una testimonianza di come non solo sia importante ricordare per la famiglia ma anche per tutta la città. Francese è stato un uomo e un giornalista impegnato nella lotta alla mafia, vero esempio per chi ha scelto questa professione”.

Il movente del delitto è stato ricondotto dai giudici di primo grado allo “straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni 70″. I processi hanno ricostruito la stretta relazione tra il delitto e il lavoro di Francese, che aveva intuito gli interessi mafiosi sulla costruzione della diga Garcia e l’intreccio col mondo dell’economia e degli appalti pubblici.
Nel 2002 l’impianto accusatorio regge in Cassazione, anche se vengono assolti tre boss, Pippo Calò, Antonino Geraci e Giuseppe Farinella “per non avere commesso il fatto”. Ma la sentenza, dicembre 2003, conferma i 30 anni di carcere per Totò Riina. Definitiva la pena a 30 anni anche per Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Francesco Madonia e Michele Greco, che non avevano fatto ricorso davanti alla Suprema corte. Nel processo bis confermato in appello l’ergastolo a Bernando Provenzano.

“L’esmpio di mio padre – ha detto Giulio Francese – è luminoso, crescere in questa città non è stato facile.  Non chiediamo nulla ci siamo impegnati solo a ricordare la sua
figura di giusto
, perchè non farlo avrebbe significato ucciderlo un’altra volta”.