E’ stata lanciata su change.org e ha già più di 3 mila adesioni “Io non sono mafioso”. La petizione lanciata da ‘Rete 100 passi’ che ha l’obiettivo di eliminare dai negozi gadget e prodotti con simboli mafiosi.

“Il recente caso alle cronache internazionali del funerale Casamonica dimostra come per le mafie i simboli siano importanti per affermare il proprio potere ed ostentare la propria esistenza”, si legge nella petizione dell’associazione presieduta da Danilo Sulis.

In effetti il ‘brand mafia’ è spesso cavalcato, soprattutto all’estero, per attirare l’attenzione verso bar, ristoranti, negozi di abbigliamento, ma è anche utilizzato nel settore del turismo. Lo dimostra il recente caso del mafia tour, creato da un tour operator statunitense che organizza in sicilia itinerari che comprendono anche un incontro a Corleone con il figlio del boss Provenzano.

Secondo la Rete 100 Passi”è ormai noto che in varie parti d’Europa attività commerciali, prodotti e gadget si rifanno a simboli che inneggiano alla mafia. La mafia è sempre più il brand dell’Italia nel mondo.Nelle città italiane a vocazione turistica e in quelle della Sicilia che accolgono il flusso vacanziero è ormai ‘normale’ trovare in esposizione t-shirt, statuette e gadget d’ogni genere che richiamano simboli e atteggiamenti mafiosi”.

Quindi Sulis propone: “No alla mafia brand dell’Italia nel mondo. Cominciamo dalle piccole cose. Chiediamo di raccogliere l’appello dei tantissimi italiani onesti che indignati gridano ‘io non sono mafioso’, prodigandosi per la nascita di leggi che vietino l’esistenza di attività in Italia e in Europa che richiamino simboli di mafia e proibiscano la vendita e la produzione di prodotti che disinvoltamente esaltino le mafie, denigrino i simboli dell’antimafia, diffondendo così la cultura dell’illegalità”.

Una battaglia che la Rete 100 Passi rivolge in particolare ai ragazzi: “Grande è l’indifferenza diffusa e l’incomprensione che tali piccoli comportamenti non siano innocui ma alzino ogni giorno l’asticella dell’assuefazione all’illegalità anche tra i giovani”.