C’è una differenza netta fra ciò che può essere considerato da taluni (o forse anche dall’opinione pubblica in generale) moralmente deprecabile e ciò che configura un atteggiamento penalmente o amministrativamente perseguibile anche sul piano della responsabilità da eventuale danno erariale.

Segna una inattesa inversione di tendenza rispetto agli ultimi pronunciamenti, la decisione della Corte dei Conti per la Sicilia che ieri ha assolto 44 consiglieri provinciali di Catania dal danno erariale per rimborsi e missioni. una sentenza che anche 5 o 6 anni fa sarebbe stata considerata scontata ma che, invece, visti i pronunciamenti degli ultimi anni, appare sorprendente.

Non che sia attaccabile da un punto di vista strettamente giuridico. Al contrario sembra applicare la legge in maniera precisa e non discrezionale, ma stravolge la tendenza interpretativa degli ultimi anni che aveva guidato anche gli ‘strali’ lanciati proprio dalla Corte dei Conti durante tre inaugurazioni consecutive degli anni giudiziari. Strali contro le cattive abitudini della politica che ora vengono derubricate dai medesimi giudicanti.

La procura della Corte dei Conti era stata, infatti, molto chiara nelle richieste di condanne per i consiglieri provinciale. I magistrati contabili avevano chiesto il pagamento di 427 mila euro per le spese sostenute dai consiglieri provinciali che non sarebbero state considerate finalizzate al raggiungimento degli scopi istituzionali dell’ente.

Ma nella sentenza che assolve i consiglieri, i giudici hanno ritenuto le tesi dell’accusa “fondata su suggestioni orientate dalle diverse sensibilità e opinioni che ciascuno può avere sul tema dei costi della politica. In altri termini, occorre rifuggire dalla logica – scrive la Corte – facilmente coinvolgente, che, al più, solo lo strettamente indispensabile sarebbe permesso ai soggetti onerati di mandato elettivo”.

Per la Sezione giurisdizionale “a parte talune spese” (per le quali comunque è stata pronunciata assoluzione) “l’addebito è sostanzialmente fondato sull’asserita intuitiva incoerenza dell’esborso con l’attività istituzionale dell’ente”, mentre “è precluso a questa Corte addentrarsi nell’apprezzamento dell’opportunità” di procedere alle spese contestate dalla Procura della Corte dei conti, così riconoscendo la discrezionalità degli amministratori pubblici di effettuare gli acquisti al di fuori del sindacato del giudice contabile.

Di fatto, dunque, questa sentenza sembra segnare un nuovo spartiacque. Cambia il clima nei confronti della politica, e la Corte si ricorda di non aver potere di entrare nelle scelte della politica che restano discrezionali.

A questo punto, pare che la sentenza posso rappresentare un “lasciapassare” per le spese da parte della classe politica, o almeno per quelle che hanno un fondo di discrezionalità che ai politici ed agli amministratori deve essere lasciato nell’ambito del loro mandato.

Davanti alla Corte sono pendenti numerosi giudizi sulle spese dei politici, primo fra tutti quello dei parlamentari dell’Ars. Le udienze sono fissare il prossimo mese di giugno. La decisione della Sezione giurisdizionale sembrerebbe assolvere l’operato dei politici contrariamente a quanto stigmatizzato in occasione delle cerimonie di inaugurazione degli anni giudiziari 2014 e 2015, nelle quali la lotta agli sprechi delle risorse pubbliche, con riguardo ai sempre crescenti costi della politica, ha costituito il punto centrale delle relazioni sull’attività della stessa Sezione.

Un clima che cambia, dunque, e che potrebbe avere effetti importanti sui giudizi pendenti e, in generale, sul giustizialismo politico imperante e su quella parte del grillismo che ha cavalcato l’onda di indignazione. Ciò che può essere considerato deprecabile non significa che sia illeggittimo