Con l’apertura dell’ultima Porta santa a Palermo da parte dell’’Arcivescovo Corrado Lorefice si conclude la serie delle quattro Porte Sante che, nella nostra diocesi, accompagneranno l’anno giubilare della Misericordia. Il luogo prescelto, la Missione Speranza e Carità di Biagio Conte, è particolarmente significativo, come significativa la scelta per la celebrazione del primo Natale da Arcivescovo per Corrado Lorefice. Abbiamo deciso di rivolgere il nostro augurio di Buon Natale ai lettori con un’ampia trascrizione dell’omelia che Mons. Lorefice ha rivolto ai tantissimi fedeli accorsi per l’avvenimento.

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“Vi saluto con affetto, vi saluto nel nome del Signore, che oggi ci convoca in questa casa di preghiera, in questa casa così nostra, in questa casa così vicina, in questa casa così ordinaria, in questa che diventa proprio per questo, per la sia ferialità e, dunque, per la sua stessa incompiutezza, un luogo in cui Dio si rivela”.

“Incompiutezza: vi rendete conto che questa non è una chiesa che ancora risplende in tutto il suo fulgore? Vi rendete conto che questa chiesa non ha ancora un pavimento? Non ha un altare definivo? Non ha un ambone definitivo? E’ una chiesa in costruzione, ma è una chiesa che ci accoglie, che ci fa stare insieme lo stesso, anzi direi che proprio per questo è veramente una chiesa, come chiesa deve essere ogni nostra casa, come chiesa deve essere ogni strada, che vede incontrare gli uomini, perché questa chiesa, così incompiuta è comunque una chiesa che allarga le braccia e ci ospita lo stesso. E’ una chiesa che apre porte di accoglienza e di misericordia. Ed è per questo che vuole realmente esaltare la onnipotenza di Dio, che si manifesta ancora nella vita degli uomini che gli prestano ascolto e che aprono a lui il cuore”.

“Le Scritture di oggi ci parlano di un Dio che è capace di tenerezza: Tu non ti chiamerai più terra devastata, tu sarai più non sposata, ma tu sarai mia gioia, mia corona, tu sarai terra del mio compiacimento. Questo è il Dio che noi incontriamo attraverso il dono delle Scritture; un Dio che non tiene nel cuore rancore, nonostante il fatto che il suo popolo abbia anche conosciuto, il rinnegamento del suo Signore, l’idolatria, nonostante il Suo popolo sia stato capace addirittura di votarsi ai falsi idoli. Sion diventa dunque l’emblema della grandezza di Dio, della Sua misericordia della Sua fedeltà: non temere Sion tu diventerai mio compiacimento, terra sposata”.

“E se questo è vero, è vero in tutti quei nomi della genealogia di Gesù che abbiamo appena letto nel Vangelo, che forse abbiamo ascoltato sbadatamente, senza capire; questi nomi che, se avete fatto caso, sono raggruppati in tre gruppi di 14 nomi; 14 è un multiplo di 7, e, quindi, è un numero che nella Bibbia dice compiutezza, pienezza; una pienezza che però attraversa la genealogia di un Gesù che è un discendente di Davide, di un popolo che ha conosciuto anche l’esilio, quell’esilio che il popolo conosce perché è stato infedele”.

“Sapete che cosa significa quella sottolineatura del testo che dice che Salomone nasce dalla moglie di Uria? Significa una cosa grandiosa: che Davide fece un grande peccato, fece uccidere il marito di una donna che lui desiderò avere nel suo corpo. Uria era uno dei suoi migliori soldati; non volle andare a casa perché i suoi soldati combattevano in prima linea e lui non poteva dormire con sua moglie e mangiare il cibo che Davide gli aveva donato, come tranello e anche per risollevarsi da quella colpa di cui si era macchiato, perché era stato con la sua moglie e quindi in un atto di adulterio”.

“Perché voglio sottolineare questo? Perché Dio non ha paura del peccata dell’uomo; anzi Dio ci dice in questa genealogia che dentro le trame negative del peccato degli uomini Lui continua a disegnare il Suo progetto di salvezza e di misericordia. Ecco perché siamo qui oggi. Siamo qui perché abbiamo aperto una porta della Misericordia, per essa siamo entrati, per dire che nella nostra vita concreta vogliamo questo Dio, che da terra devastata ci vuole terra del Suo compiacimento, che non si schernisce del nostro peccato. E qui tutti, a partire da chi vi parla, siamo peccatori perdonati. Non è un mero rito quello che compiamo ad inizio di ogni celebrazione dicendo: Signore pietà, Cristo pietà. No! E’ la verità”.

“Qui tutti siamo dei peccatori, ma tutti conosciamo che anche dentro le nostre vicende di infedeltà, di peccato Dio continua a scrivere la Sua storia di salvezza e a liberare la nostra vita. Anzi siamo cristiani perché perdonati, perché noi abbiamo sperimentato che veramente Dio assume la nostra vita: è paziente, è lento all’ira, è grande nell’ammore. E’ per questo allora che ci ritroviamo dentro questa casa, ed è significativo che questa casa in questo momento esprima una incompiutezza, struttura che ancora ha bisogno di completezza, è in costruzione. Sapete che un tempio per noi cristiani è il luogo in cui si raduna la chiesa viva che è fatta dai battezzati cioè da quelli che hanno conosciuto l’amore di Dio in Cristo Gesù, nato nella nostra condizione umana, morto e risorto per noi. E qui, dentro questa chiesa che ora è incompiuta, capiamo qual è la vera chiesa e qual è la chiesa che sta costruendo Dio in mezzo a noi, per la potenza del Suo Spirito, la chiesa che pende dalle labbra del Suo Signore, la chiesa che ha fatto esperienza nella sua vita di quanto buono sia il Signore. E qui allora nasce una chiesa nuova, una chiesa che ha fatto esperienza, che ha toccato con mano, che ha conosciuto direttamente il Dio, per cui annuncia ciò che conosce. Tra qualche istante sentiremo durante la Messa le parole: Questo è il mio sangue sparso in remissione dei vostri peccati. Sapremo che Dio è così, che Dio rimette i peccati e che Dio ci dà un cibo e una bevanda che ci rigenera. Non esiste più il vecchio uomo, non esiste più l’uomo idolatra. Ma Dio rigenera uomini nuovi, donne nuove che, uscendo da questo tempio, non avranno altra legge che questa: ecco Signore, io vengo per fare la Tua volontà”.

“Qui entriamo e facciamo esperienza della Misericordia di Dio e facendo esperienza della Misericordia di Dio usciamo con quella carità che è tipica di Gesù: la carità è Dio stesso. Dio è carità. Dio è Misericordia. E chi lo incontra e chi mangia il corpo del Suo figlio viene trasfigurato, trasformato, viene reso un corpo donato, una vita consegnata”.

“Perché carissimi fratelli siamo qui questa sera? Qui in questa Missione di Speranza e Carità? Per un motivo preciso. Perché qui capiamo che tutti siamo chiamati a questo. Voi sapete che il carissimo Biagio non ama essere messo in vista, non ama tanto meno essere messo sugli altari. Ma domandiamoci: chi è Biagio? Biagio è uno di noi, non è un prete, è uno che stava qui tra noi, uno di noi. Che cosa ha fatto Biagio nella sua vita? Ha aperto le porte del suo cuore a Cristo e Biagio oggi è un uomo che apre porte, strutture diroccate; le apre e le fa diventare strutture di accoglienza. Lui è un cristiano che ha fatto sul serio con il Signore. E ha fatto tutto ciò perché lui nella sua vita ha sperimentato quanto è buono il Signore che gli ha cambiato l’esistenza. In questo momento Biagio potrebbe essere altrove, potrebbe essere un uomo in carriera, potrebbe essere un uomo rivolto alle cose del mondo, quelle che sembrano darci la felicità. Invece Biagio è qui. Come accadde una volta a Francesco d’Assisi: Va, ripara la Mia chiesa, gli disse il Signore. Francesco d’Assisi ripara la Sua chiesa perché lui ha conosciuto il volto di Dio nel volto del Suo crocifisso, quel crocifisso che staccava la mano e lo abbracciava, che gli permetteva di abbeverarsi direttamente al suo costato, a quell’amore che trasforma una vita e una città. Palermo oggi può vantare di essere una città che accoglie e che certamente non respinge; e deve ciò a Biagio, cristiano serio, discepolo del Signore, radicale nella fede”.

“Questo è quello che il Signore vuole fare di ciascuno di noi, delle nostre comunità cristiane Ecco perché attraverseremo questa porta della Misericordia La attraverseremo perché diventi per noi porta della carità, perché anche la nostra vita possa essere segnata definitivamente dal Signore e ciascuno di noi possa essere lì dove si trova semplice ed umile. Perché il Signore cancelli queste aberrazioni della ricerca dell’io falso, della ricerca dell’idolo, dell’andare verso i fratelli paghi di un io che si vuole imporre sugli altri, e che schiaccia”.

“Che il Signore ci dia invece la coscienza della vera umiltà: che solo Dio è grande. Lui sa scrivere anche sulle righe storte degli uomini la Sua storia di salvezza e noi qui oggi siamo tutti testimoni, perché tutti salvati, tutti redenti, e tutti chiamati per essere per tanti altri una porta di benedizione, un porto dove approdare, soprattutto nella fatica, nella sofferenza, nella solitudine. Il Signore faccia fruttificare quanto sta seminando in questo anno Giubilare nella nostra vita”.