Viaggiare in Sicilia è diventata missione impossibile.
Hai voglia a parlare e sentire il solito ritornello, ormai stanco, che in Sicilia potremmo e dovremmo vivere di turismo e cultura.
Ma quando, ma come, ma che dite?
Come si fa a vivere di turismo se i turisti italiani e stranieri non  sanno come muoversi all’interno del nostro territorio, se le autostrade sono povere, scarse, costose nei pedaggi,  malridotte e adesso quasi tutte bloccate. Se i treni fanno semplicemente schifo, se basta un temporale, che da noi viene dichiarato allerta meteo, per fermare i collegamenti tra la Sicilia orientale e quella Occidentale.

Mancano nella nostra Sicilia  le condizioni minime essenziali perchè si possa anche lontanamente concretizzare il luogo comune più diffuso in tutti gli ambienti culturali esistenti: in Sicilia dovremmo vivere di Turismo.
Ma siete mai stati per esempio ad Enna,? Avete mai  visto qualche coraggioso turista aggirarsi tra i monumenti di pregio malcurati senza nessun servizio accessorio, senza alcuna azione istituzionale e non che presidi la presa di consapevolezza di un patrimonio introvabile in altre parti del mondo. E soprattutto, avete mai provato ad arrivare ad Enna da Palermo o da Trapani,  o da Catania? E’ una missione impossibile per chi non abiti da quelle parti e come tutti noi non sia abituato a rassegnarsi all’orrido ed all’ingiustizia sociale!

Cinquant’anni di tutele, coperture, indennizzi e trasferimenti pubblici per la lobby del trasporto gommato in Sicilia: dalle autolinee private  al carrozzone pubblico dell’Ast. Senza manutenere e sviluppare nemmeno la rete autostradale, hanno portato ad emarginare le opportunità del trasporto ferrato, lo sviluppo dell’alta velocità che non esiste nella nostra regione e probabilmente, oltre ogni più rosea promessa o prospettiva presentata oggi del politico di turno, mai vedremo noi e nemmeno le prossime generazioni a venire.

L’Unica cosa che sembra funzionare, sul piano dei trasporti a servizio del turismo, sono forse gli aeroporti: eccezionali conglomerati di potere pubblico istituzionale dove la politica ci prova giorno per giorno, e spesso ci riesce,   a distruggere anche li tutto con nomine improbabili e a volte impresentabili, ricche consulenze, gradi opere e gare d’appalto che generano appetiti incontrastati. Un esempio legalmente ineccepibile ma eticamente discutibile per tutti: basti pensare cosa accede a Palermo dove in Gesap è oggi Presidente un dirigente del Comune le cui due cariche dovrebbero essere incompatibili per legge ma che forse ha trovato l’escamotage tecnico per occupare due poltrone senza che nessuno possa o debba obbiettare qualcosa. Tutto è legale, tutto amministrato e gestito nella legalità.

Legalità ed antimafia: due concetti sui quali la generazione degli allora giovani che hanno pianto Falcone e Borsellino sono cresciuti. Due parole e principi di vita irrinunciabili teoricamente e non solo a parole. Un concetto stressato per anni dalla parte buona delle istituzioni, dalle forze dell’ordine e dalla magistratura è stato alla fine travisato con i risultati che leggiamo sui giornali ogni giorno e che viviamo in prima persona nella vita comune.
La legalità crea svliuppo, la Mafia no! Tutto vero, tutto condiviso. Solo che qualche associazione antimafia, qualche gruppo industriale, qualche organizzazione e molti politici, anche tra quelli che oggi governano sotto il vessillo antimafia la nostra regione, hanno preso forse alla lettera questo messaggio. Si sono avventurati verso il percorso dell’antimafia a scopo di lucro. Un percorso nel quale il business è prerogativa dell’antimafioso aderente ad un gruppo chiuso che si autodichiara tale.  Abbiamo vissuto una stagione in cui  bastava  non essere d’accordo anche solo una volta con l’antimafioso leader del momento o della singola circostanza per essere tacciato di mafiosità ed essere escluso da un ambiente, un mercato, un’ opportunità di sviluppo. Un’antimafia a scopo di lucro che ha portato le organizzazioni datoriali e sindacali nei tavoli di governo e quindi dall’altra parte della barriicata con l’effetto che le rappresentanze contrattano con se stesse senza ottenere nemmeno lontanamente l’interesse comune ma solo quello particolare. Ed ecco oggi che l’antimafia è implosa, che i magistrati che curano i beni confiscati alla mafia sembrano doversi difendersi da accuse pesanti e che pure quel messaggio positivo – la legalità crea sviluppo – è diventato equivoco e socialmente pericoloso.

Ma che c’entra tutto questo con il turismo, con la carenza di infrastrutture e con le difficoltà di vivere in quest’isola? C’entra perchè raccontiamo ogni giorno del fallimento della Sicilia. Un fallimento in corso e per nulla soltanto finanziario, dal quale soltanto un intervento divino, per chi ci crede, può salvarci!

E finiamola di dire che “dovremmo vivere di turismo”. Non è vero!Per queste generazioni non è fattibile.