La morte del giovanissimo Giuliano, suicidatosi venerdì lanciandosi da una finestra della facoltà di lettere dell’Università di Palermo non è solo una tragedia, come è ovvio. Essa rappresenta un macigno su tutto il sistema educativo, sociale, della convivenza civile italiana.

Un suicidio che crea allarme sociale, tensione, preoccupazione. Una morte che non è solo la morte di un ragazzo, la tragedia di una famiglia, il dolore inaccettabile di amici e parenti, ma anche di conoscenti. Nel suo più assoluto silenzio Giuiliano ha lanciato un urlo che deve essere sentito, ascolato da tutti noi.

Colpisce il fatto che si tratta del terzo suicidio di un giovanissimo nella medesima facoltà. Colpisce che della prima vittima dello sconforto non ci sia più memoria. Colpisce che prima di venerdì anche del suicidio di Norman Zarcone, la seconda vittima, si parlasse ormai poco, quasi con fastidio. Colpisce che le coscienze si sveglino non appena un altro giovane perde l vita per sua stessa scelta.

Solo un tonfo sordo. Nessun grido, nessun avviso, niente che facesse temere il peggio. Bene ha fatto il rettore Fabrizio Micari, ieri, ad abbandonare l’austero ruolo accademico che pur si addice ad un Rettore. A prendere carta e penna e rivolgere poche parole ai suoi docenti. Parole inconsuete in un modo, appunto, austero come quello universitario.

 Una scelta apprezzabile non tanto per il minuto di raccoglimento di domani, iniziativa ‘dovuta’ ma che rappresenta solo la facciata da mantenere di fronte alla pubblica opinione. Apprezzabile per il suo richiamo alla classe docente e non soltanto a quella: “desidero fare appello alla comunità accademica – ha scritto Micari – affinché dedichi sempre maggiore attenzione, tempo e dedizione ad ascoltare i nostri giovani, perché sia attenta alla loro complessiva formazione, che sicuramente comprende aspetti umani e sociali oltre quelli culturali”.

Attenzione, dunque, non solo agli aspetti di preparazione, formazione, agli aspetti accademici. Ascolto. perché la formazione comprende anche aspetti umani e sociali oltre che culturali. Ed è proprio in questo che l’Università è carente. Nel rapporto umano della formazione, nella creazione degli uomini e delle done di domani. L’approccio con le nostre università per i ragazzi che escono dai licei è traumatico.

Un mondo freddo e distaccato, confuso e privo di certezze organizzative. Il primo contatto già con i test di ammissione è complesso. Trovare informazioni per fare la propria scelta non è facile. Comprenderle ancora meno. Poi il contatto con la massa di giovani che deve accedere alla formazione universitaria è perfino peggiore.

Non ci sono solo responsabilità dell’Università e non solo di Palermo. Episodi del genere sono, purtroppo, riportati dalle cronache in altre università, in altre scuole anche siciliane, in tante famiglie. C’è un sistema Italia che andrebbe ripensato. Ma c’è una intera società che dimentica il rapporto umano, l’ascolto, la verifica di cosa stia succedendo a questi giovani in momenti difficili della loro crescita.

L’assenza di prospettive è certamente una concausa: grava pesantemente sull’umore dei nostri giovani. Ma non è l’unica causa di tutto ciò. Non vogliamo fare sociologia spicciola ma guardare al mondo di oggi con gli occhi dell’uomo comune che vede esattamente questo.

Bene ha fatto, dunque, Micari a dare un segnale chiaro: il mondo accademico deve scendere dalla torre sulla quale è arroccato e sporcarsi le mani in mezzo ai giovani di cui ha la responsabilità.

Non conosciamo ancora i motivi del gesto di Giuliano, non conosciamo i suoi problemi e non abbiamo idea di cosa abbia visto su quel cellulare un attimo prima di farla finita. Probabilmente non è questo il caso in cui l’ascolto avrebbe potuto fare la differenza. Era arrivato all’Università da troppo poco tempo. Ancora non lo conoscevano neanche i colleghi.

Certamente tutto questo colpisce e rattrista. Non si può restare solo giornalisti, docenti, cattedratici, professionisti distaccati di fronte a tutto ciò. Se ognuno fa qualcosa, una piccola parte, la sua piccola parte, forse molto si potrebbe evitare.

Nessuno ha soluzioni immediate o bacchette magiche. Ma basterebbe cominciare anche dalle piccole cose che non risolvono tutto ma forse contribuiscono. Come, ad esempio, mettere una grata a quella finestra dalla quale si sono già lanciati in tre. Certo non fermerebbe un suicida determinato ma una occasione in meno forse darebbe il tempo per una riflessione in più. E’ stata la prima idea venuta in mente ai cronisti sul posto. Essenziale se si vuole ma comunque qualcosa di semplice e quasi immediato.

Per il resto ci vuole molto di più che un fabbro e un muratore. Serve l’ascolto, come dice il Rettore, serve la crescita del sistema che deve essere più aperto, trasparente, di immediata lettura. Servono le opportunità, serve la crescita sociale e lo sviluppo. Insomma serve di nuovo una speranza.