Per molti, dalle nostre parti, quella fine del mondo segnata in rosso sul calendario Maya non rappresentava l’estrema tragedia dell’Umanità, ma un’opportunità per uscire a testa alta da una inestricabile situazione d’impasse, da un contorto cul de sac, da quello che, per utilizzare un’altra espressione francese, si prospettava come un solennissimo trugghiu d’a mala cumparsa.

Si trattava di una folla piuttosto eterogenea comprendente, tra gli altri, evasori fiscali totali finalmente beccati dalla Finanza, ex premier che avevano annunciato la ricandidatura senza aver prima guardato i sondaggi, manager in maglioncino che avevano allegramente condotto al tracollo aziende un tempo floridissime, segretari di un partito sciolto nell’acido di primarie mai fatte, assessori regionali con vistose carenze d’Italiano, direttori di giornali con la lima nella pagnotta nonché un drappello di sessantadue consiglieri regionali sessantadue. Tutti lombardi, leghisti e pidiellini i quali, dopo aver cianciato per anni di legalità, efficienza e produttività, dovevano spiegare al mondo perché mai avessero dilapidato denaro pubblico per comprare cioccolatini, proiettili, vibratori, cocktail, globi di vetro con il Duomo di Milano e la neve, lecca lecca, gratta e vinci, pizzette, viagra, cannoli, lauree a Tirana, ciambelle e persino pane, salsicce, frutta, ortaggi, zucchero semolato e farina (e vabbé, vibratori, viagra, lauree e globi con la neve non sono ancora emersi, però…).

C’erano poi anche altre persone che, per motivi decisamente meno vergognosi, speravano di evitare, con la fine del mondo, di rimetterci il loro unico vero patrimonio: la faccia. Gente che, tanto per fare un esempio, avendo sempre pagato le tasse fino all’ultima lira, si vergognava di non avere più un soldo per l’Imu. O pensionati che si erano giocati tutta la tredicesima sognando di farla lievitare come un sufflé e trascorrere un Natale sereno e dovevano ancora comunicare alla famiglia di aver perso, miseramente, tutto. O ancora genitori, nonni, affranti perché non potevano più permettersi di far trovare sotto l’albero, ai loro bambini, un panettone o un giocattolo.

Tra coloro i quali, per questi dolorosi motivi, speravano nella profezia Maya, c’erano anche molti dirigenti di società sportive siciliane, in particolare quelle dilettantistiche. E tra queste l’Amatori Catania, che – ma è destino comune – ancora attende dalla Regione contributi sempre in ritardo.

Per solidarietà con tutti questi gruppi che hanno un rilevantissimo – e disconosciuto – ruolo sociale nella nostra isola, abbiamo deciso di creare un ebook da un discorso da me pronunciato qualche settimana fa davanti al Panathlon di Catania, dal titolo “L’Amatori Catania rugby e il paradosso del calabrone”, aggiungendo le immagini di alcuni straordinari fotografi.

Ne facciamo dono, grazie a Blog Sicilia, a chiunque abbia voglia, almeno per Natale, di mettere da parte le cronache sulle miserie e le inconcludenze di una classe politica gattopardesca, e di immergersi con stupore da bambini nei piccoli miracoli quotidiani compiuti da persone comuni eppure straordinarie, spinte dalla passione per lo sport e dalla fede nei suoi valori educativi e civili.

Buon Natale a loro, dunque, a tutte le società sportive amatoriali. Agli atleti, ai dirigenti, agli ex atleti, ai giovani e agli anziani. Perché si ricordino di essere fondamentali per la nostra comunità. E perché tengano sempre a mente il paradosso del calabrone.

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