“Siamo carne da macello, tutti noi siciliani. Puoi spacciarla per legalità ma è macelleria sociale”. E’ lo sfogo di uno sportellista che, però, non vuole dire il proprio nome. Teme ritorsioni di natura personale “perché ormai in Sicilia se protesti ti ritrovi escluso da tutto”.

Non si tratta di una voce isolata ma dello spaccato del sentire comune, quello della piazza. Sono ormai decine di migliaia i lavoratori, precari in varie forme anche da 25730 anni, che non vedono nessun futuro. Fino ad un paio di anni fa puntavano alla stabilizzazione, ad un lavoro che potesse permettere loro di riscattarsi socialmente, adesso vedono sparire anche il lavoro precario e mal retribuito, a volte senza neanche contributi, spesso stagionale.

Ma la situazione nella Sicilia del grande deficit rischia di aggravarsi ancora ed ancora. e le cifre del disastro sarebbero contenute in una lettera riservata inviata dal ragioniere generale, Mariano Pisciotta, all’assessore all’economia Roberto Agnello che preparerebbe l’altrettanto riservata personale per il presidente della regione. Insomma non c’è la bozza di bilancio in arrivo come si sperava, ma un preoccupante scambio di corrispondenza, almeno in base a quanto scrive stamani il quotidiano La Repubblica. Abbandonata la strada del Commissariamento che non sta in piedi il giornale tenta di fare i conti in tasca alla regione e lo fa per indiscrezioni.

Fra minori entrate (300 milioni) mutui mai arrivati (450), nuovi tagli statali (650 milioni) e buco già noto (1,6 miliardi, 700 milioni dei quali derivanti dalla cancellazione di un decimo dei residui attivi) le esigenze per chiudere il bilancio di previsione 2015 sarebbero di ben 3 miliardi di euro. In un bilancio che complessivamente movimenta circa 21 miliardi (negli anni d’oro è arrivato anche a sfiorare i 25 miliardi di euro) si tratta più che di un buco, di una voragine. Un buco che vale circa il 15% dell’intero bilancio.

In una azienda normale un indebitamento del 15% rispetto al fatturato sarebbe una cosa normalissima. ma nell’azienda Sicilia il 15% di buco non corrisponde con l’indebitamento che è, invece, elevatissimo perché nelle voci d’uscita ci sono anche le rate dei vari mutui stipulati negli anni. in pratica proprio non c’è dove prendere questo denaro. ne si può pensare a nuovi tagli. ridurre ancora la spesa significherebbe incidere in maniera consistente sull’occupazione del bacino regionale allargato.

Così Palermo non chiede aiuto a Roma ma lo pretende. Al Ministero si chiede un alleggerimento del patto di stabilità per circa 4 punti,  una più lunga dilazione nel rientro dai residui attivi (dieci anni non bastano visti gli importi) ma soprattutto liquidità. La regione vuole incassare i 360 milioni residui del mutuo con la cassa depositi e prestiti che ha erogato solo 90 milioni dei 450 concordati (legati ad accantonamenti proprio per la cancellazione di residui attivi che la regione non avrebbe fatto se non virtualmente) e soprattutto il trasferimento dei fondi Fas che la Sicilia ha anticipato.

Solo così si potranno pagare i forestali, i dipendenti della partecipate delle province che già da novembre non vedranno stipendi, i dipendenti degli enti para regionali che hanno vissuto la loro prima crisi all’inizio dell’anno con ritardi degli stipendi giunti anche a tre mesi, una seconda crisi all’inizio dell’estate con un ritardo di un paio di mesi e adesso rischiano di vivere la crisi di liquidità di fine anni.

Se quanto chiesto a Roma dovesse realmente arrivare la Regione potrebbe pagare tutti entro fine anno ed avviare il 2015 con un bilancio di previsione provvisorio, ovvero in dodicesimi. I primi 4 mesi sono garantiti. ma i soldi non basterebbero lo stesso per chiudere il bilancio del prossimo anno.

E allora? Beh c’è una sola soluzione. Mandare tutti a casa. precari, forestali, dipendenti delle partecipate regionali e provinciali, lavoratori degli enti para regionali. E questo che Palermo dirà a Roma anche se chiaramente non lo mette nero su bianco. Aiutateci o non saremo in grado di gestire la tensione sociale che ne deriverà. per questo Crocetta dice che Roma deve (non solo può) aiutare la Sicilia. in fondo se ‘fallisce’ palermo rischia di trascinarsi dietro l’intero Stato italiano.

Un braccio di ferro velato, sotto traccia che potrebbe, questo sì, convincere Roma a mettere qualche pezza, forse proprio fino ad aprile per poi pensare a soluzioni diverse da maggio in poi.