“Impianti temporaneamente fermi alla Raffineria di Gela. Dopo l’evento incidentale del 15 marzo 2014, che ha coinvolto alcune tubazioni presenti presso l’Isola 7 Nord al fine di evitare un’intempestiva interruzione della marcia degli impianti, Raffineria di Gela ha deciso di procedere alla fermata programmata”.

E’ quanto si legge in una nota dell’Eni. “Infatti, vista l’impossibilita’ di poter procedere tempestivamente e in modo programmatico alle opere manutentive necessarie al ripristino della situazione impiantistica ‘ex ante’ l’evento in questione, si e’ proceduto, per garantire la continuità di marcia, a ricevere via mare – aggiunge la nota – prodotto semilavorato da parte di un’altra raffineria. Purtroppo, le avverse condizioni meteo di questi giorni non hanno permesso l’attracco della nave in banchina per scaricare il prodotto. Di qui la decisione di procedere alla fermata programmata della raffineria che non interessa la centrale elettrica e gli impianti di utilities”

Lo stop all’unica linea di produzione degli idrocarburi nella raffineria Eni di Gela, preoccupa i sindacati, che dopo l’incontro con l’amministratore delegato dell’azienda, Bernardo Casa, hanno diffuso una nota in cui affermano che la fermata “essendo legata agli accertamenti disposti dalla magistratura, potrebbe avere dimensioni temporali non prevedibili”.

Il procuratore della Repubblica, Lucia Lotti, ha detto all’ANSA, senza mai citare ne’ l’azienda ne’ i sindacati, che “la procura quando interviene lo fa con impegno, serietà, tempestività e nel pieno rispetto delle leggi. Quel che fanno o dicono gli altri non ci interessa”. Tuttavia, per Cgil, Cisl e Uil “il quadro che si delinea rischia di drammatizzare lo scenario di incertezza presente sul versante delle autorizzazioni propedeutiche al piano di investimenti per il rilancio del sito industriale”.

Il riferimento è ai 700 milioni di euro messi in pericolo dai livelli di emissione dei gas inquinanti imposti dai protocolli ambientali (autorizzazione Aia) ai camini della Raffineria. L’Eni, che vorrebbe una via di mezzo tra i mille normali metri cubi al secondo concesse alle raffinerie e i 400 Nmc/s per le centrali, si e’ rivolto al Tar che si pronuncerà giovedì prossimo. Per alcune associazioni ambientaliste, la minacciata chiusura della raffineria e la conseguente ventilata cassa integrazione per il personale del diretto e dell’indotto sarebbero “elementi di pressione verso la magistratura, sia ordinaria che amministrativa”.