Un successo dietro l’altro per la stilista catanese Marella Ferrera in quest’estate 2015. Ha infatti celebrato la donna, insieme a Carmen Consoli nel concerto che quest’ultima ha effettuato al Teatro Antico di Taormina, vestendo e ingabbiando undici “spose dimenticate” in abiti ingialliti, a rappresentare vita e morte. Sempre a Taormina è stata protagonista con i suoi abiti nell’evento che ormai da cinque anni porta cultura letteraria, TaoBuk,vestendo Antonella Ferrara, presidente e ideatrice del festival.

A concludere l’estate Taorminese della Ferrera, il concerto di ieri sera: Marella è infatti la “stilista-costumista” dei costumi di Pastorale, sesta sinfonia di Ludwig van Beethoven, ultima creazione del regista-coreografo Micha Van Hoecke, con la direzione musicale di Marco Alibrando, produzione del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, in prima assoluta oggi  ed in ripresa nella “Città dello Stretto” dall’8 all’11 ottobre.

Marella, Lei è rappresentazione della storia dell’Isola. Cosa risponde a chi critica la tradizione solo perchè in fondo non riesce a capirne l’importanza?

Chi critica la tradizione lo fa perché magari non ne capisce la reale essenza, la vede come sinonimo di arretratezza in un mondo che va sempre più veloce e che tende a perdere le sue specificità, le sue radici, a favore di un’ omologazione sfrenata. Ma spesso si dimentica che per volare in alto bisogna avere radici profonde e che la tradizione fornisce, già da se, la migliore fonte di ispirazione per idee nuove ed originali. Basta semplicemente avere la pazienza, la passione e la cultura di comprenderla, studiarla e guardarla con occhi “moderni”.

Ho dedicato anni alla ricerca e alla sperimentazione per rieditare quella che è la grande tradizione della mia terra, con la quale ho da sempre un legame viscerale indissolubile. Ho cominciato a parlare di tradizione, attraverso le mie creazioni intrise di storie di Sicilia, ed era già innovazione… È, forse, questo che oggi non si riesce a comprendere: bisogna pensare alla tradizione e all’innovazione come ad un connubio inscindibile per gettare le basi del futuro e non come percorsi paralleli, in antinomia tra loro, destinati a non incontrarsi mai. 

Lei e Carmen Consoli siete rappresentanti della sicilianità. Ci racconta come fate a comunicare e rappresentare con le vostre diverse arti nei lavori che spesso fate insieme?

 

Le nostre arti sono diverse, ma i nostri pensieri e soprattutto il nostro cuore “made in Sicily”, tratto distintivo e comune denominatore delle creazioni di entrambe, sono affini tra loro. Questo ci consente di conciliare i nostri lavori e collocarli nella stessa prospettiva, la stessa lunghezza d’onda. La sua musica racconta storie che risentono della passione che scorre nelle vene di Carmen per la “sua” Sicilia e nella sua voce riecheggia l’energia del nostro vulcano.

Le mie “pezze” narrano di una Sicilia senza tempo, dei suoi colori, dei suoi sapori, dei suoi profumi… Molto semplicemente la nostra arte “cunta” storie della nostra terra natìa, che naturalmente si intersecano tra di loro, si completano a vicenda realizzando un sodalizio siculo tra mondo della musica e mondo della moda…In poche parole: parliamo la stessa lingua, ci capiamo.

Le sue “Spose dimenticate” sul palco con la Consoli hanno rappresento  morte e  vita. Anni fa, proprio vestita da sposa, l’artista Pippa Bacca, nipote del più famoso Piero Manzoni, fu uccisa durante il suo progetto “Spose in viaggio”, che voleva “avvicinare un mondo conflittuale con un modello di candore e di pace”. Le sue spose dimenticate hanno speranza? E se sì, come dev’essere esternata in una sposa reale, che oggi, troppo spesso sente parlare di femminicidio e soprusi?

Quando Carmen mi propose di vestire le sue spose, in occasione di una serata “speciale”, dedicata alle donne e alla lotta contro il femminicidio, la prima immagine che mi balenò in mente era quella delle donne della Sicilia di un tempo che, come schiave senz’anima, si incamminavano verso il Nuovo Mondo: spose per procura, spesso poco più che bambine,  che andavano verso un destino incerto e che portavano dentro i loro bauli pizzi e scialli, ricordo sbiadito della loro terra d’origine.

Come se il tempo si fosse fermato, ho deciso di “ingabbiare” undici donne in abiti bianchi di morte e di vita,  traditi, feriti ed offesi e portarle in viaggio fin sul palco del Teatro antico di Taormina… Spose che, oggi come ieri, sembrano aver perso tutto e non avere più speranza… Soprattutto quando attualmente, in un’ epoca di mondi senza confini e di “supposta” uguaglianza, muore una donna ogni tre giorni, vittima di smanie di superiorità di “supposti” uomini.

Ma mi piace credere che un barlume di speranza ci sia ancora…, e questa speranza può essere alimentata  solo dalla denuncia e dal non rimanere indifferenti di fronte a simili aberrazioni che non possono più far parte di una società che si professa evoluta! E l’arte, proprio come accennavo prima, essendo un bene comune è il modo più immediato e diretto per arrivare dritti alla sensibilità della gente.

Marella Ferrera in questi anni ha dimostrato sempre una grande innovazione e “un occhio” nel guardare avanti, per essere alle volte inizialmente non compresa, ma poi copiata. Oggi la famosa stilista, oltre a occuparsi di moda, promuove i giovani e la Sicilia a 360°, tant’è che è stata scelta anche come direttore creativo dall’Hilton Worldwide che aprirà nel recente futuro un resort vicino Catania e all’Expò di Milano ha dato “corpo e anima” ai due Acroliti di Morgantina.

Marella, lei è stata spesso copiata da altri nomi della moda, che, paradossalmente, hanno avuto una visibilità. Ha qualche rimpianto?

Parto sempre dal presupposto che l’arte, in tutte le sue forme, è un bene comune di cui tutti possono e devono fruire. Poi, ognuno la racconta e la interpreta seguendo percorsi e modalità che preferisce… Io decisi di portare sulle passerelle, nel lontano 1993, la storia della mia Sicilia tramite l’utilizzo innovativo di materiali, quali la pietra lavica o le ceramiche di Caltagirone, sugli abiti.

Quella storia è ancora attuale e richiesta, seppur con una chiave di lettura diversa, rivisitata. È come se continuassi a trarre ispirazione da me stessa… dalla passione e dall’amore che nutro per il mio mondo… dall’orgoglio per i miei successi come coronamento di una vita nella quale mi è stato insegnato che lavoro significa sacrificio, dedizione…. Quindi non penso di poter avere rimpianti… del resto la vita è troppo breve per pensare ai rimpianti!