Lezione antimafia al cortile Platamone con i volontari di Addiopizzo e Libera, con l’esperienza di tre magistrati di primissimo piano impegnati nella lotta alla mafia del calibro di Sebastiano Ardita e Nicola Gratteri, rispettivamente di Messina e Reggio Calabria e di Nino Di Matteo, sostituto procuratore distrettuale di Palermo, pm nel processo sulla trattiva tra lo Stato e la mafia durante le stragi del ’92. Con loro tre anche il giornalista de l’Unità Saverio Lodato.

Due ore e più di riflessioni su ciò che è stato il fenomeno mafioso in Sicilia, il progresso (in certi casi regresso) che si compiuto nella lotta alla criminalità mafiosa, le connivenze col potere politico che di fatto come hanno più volte sottolineato hanno condizionato non poco il corso della giustizia e le riforme.

E’ stato il procuratore aggiunto di Messina con un passato da magistrato a Catania e una lunga esperienza al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) a fare una radiografia di Catania, una città che non ha avuto i “morti eccellenti di Palermo”, e che ha “stentato durante gli anni ottanta ad avere una rinascita che è arrivata, ma con molta lentezza per un intreccio tra politica, imprenditoria e in parte con la magistratura”.

“Non dimentichiamo che durante gli anni ottanta tre magistrati sono stati arrestati – ha puntualizzato Ardita – ma che poi ha voltato pagina con lo sforzo della gente, con sforzi quotidiani”. Il magistrato ha citato l’esempio di tre uomini che hanno pagato con la vita il loro impegno antimnafia, da Pippo Fava, all’ispettore di polizia Giovanni Lizzio, al maresciallo della polizia Penitenziaria Luigi Bodenza.

Della riforma della giustizia ha parlato a lungo il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri che ha fatto parte della commissione giustizia del Governo Letta e che per un certo periodo è stato pure uno dei candidati al ministero della Giustizia. “Le modifiche alla Costituzione devono essere indirizzate – ha puntualizzato Gratteri – ad un fine che non è conveniente delinquere. Oggi solo due reati preoccupano i detenuti che rispondono di omicidio e quelli accusato di associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga. Reati che prevedono pene superiori ai vent’anni. C’è anche la prescrizione che compromette il processo: questa sarà la cosa più difficile da superare…”. La giustizia va riformata, ha spiegato ancora Gratteri, con il processo telematico per ridurre i costi (si pagano 12 milioni l’anno per le notifiche) e soprattutto i tempi.

Nino Di Matteo ha avuto parole di elogio per i ragazzi di Addiopizzo che già da anni sono scesi in prima linea nell’esperienza di Palermo. “Qui a Catania – ha detto Di Matteo – vorrei che si respirasse l’aria della mia città”. Il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia ha raccontato la sua esperienza nella procura di Palermo – ho indossato la prima volta la toga durante la veglia notturna alle bare della strage di Capaci, ha ricordato con una certa emozione – l’insegnamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

“Oggi è peggio di vent’anni fa – ha aggiunto Di Matteo – perché oggi non si vuole comprendere che il nesso da risolvere sta tra i reati di mafia e quelli della pubblica amministrazione. Io sogno una politica antimafia e non una politica che delega alla magistratura. Vent’anni fa si aspettano le sentenze che oggi ci sono, e ancora qualcuno parla di riformare la giustizia”.