L’alfabeto latino usava originariamente cinque lettere per rappresentare le vocali, la A, la E, la I, la O e la V.

Queste cinque lettere nel Latino classico servivano a rappresentare dieci fonemi vocalici, dato che il suono di ogni vocale poteva essere più o meno breve. Per distinguere i due fonemi, lungo e breve, per ogni vocale, si possono usare varie convenzioni ortografiche, ad esempio nelle moderne grammatiche latine si usa porre il segno diacritico ¯, chiamato macron, sopra le vocali lunghe (ad esempio Ā) oppure allo stesso tempo o alternativamente si usa porre il segno diacritico ˘, chiamato breve, sopra le locali brevi (ad esempio Ă).

In realtà i Romani ad un certo punto aggiunsero un altro carattere, la Y, per rappresentare un ulteriore fonema vocalico, il cui uso rimase però sempre circoscritto a rappresentare un fonema intermedio tra quelli rappresentati con la I ed la V che si presentava soltanto in prestiti linguistici, in parole cioé assorbite da altre lingue, perlopiù dialetti hellenici.

Per semplificare e condensare, i Romani usavano cinque lettere per descrivere la pronuncia di dieci vocali, per cui il Latino classico era una lingua decavocalica. Dopo il contatto con la cultura e la lingua Hellenica, i Romani introdussero una nuova lettera, anche se probabilmente soltanto una elite della popolazione latinofona imparò a pronunciarla alla maniera degli Helleni.

Il Latino classico era la forma scritta e codificata del Latino impostasi sulla base di una forma parlata ed elaborata dalle elite intellettuali romane probabilmente intorno all’ultimo periodo della Repubblica e nei primi decenni del Principato, ma accanto a questa forma scritta hanno sempre convissuto diversi dialetti colloquiali collettivamente indicati come Latino volgare. Gli stessi Romani erano pienamente consapevoli di questa distinzione, infatti lo stesso M.T. Cicero definiva questi dialetti con il termine sermo vulgari.

Tutte le lingue neolatine, ed i loro innumerevoli dialetti, si sono evolute a partire da questo cosiddetto Latino volgare, ed in questa evoluzione si possono osservare tantissimi fenomeni. Uno di questi fenomeni è la perdita della distinzione tra vocali lunghe e brevi. Ad un certo punto, il Latino volgare, o comunque una gran parte dei dialetti indicati con questa definizione, si trovò ad avere soltanto sette fonemi vocali, e questo fenomeno è presente ad esempio nei dialetti toscani, che sono quindi detti eptavocalici. Essendo l’Italiano standard l’evoluzione di un particolare registro del Fiorentino trecentesco, un dialetto del Toscano appunto, anche il sistema vocalico della lingua Italiana standard è eptavocalico.

L’Italiano standard è però scritto usando l’alfabeto latino, quindi per rappresentare queste sette vocali sono disponibili soltanto cinque lettere, la A, la E, la I, la O e la U (la cui distinzione dalla V è attestata per la prima volta nel 1386, e si è affermata soltanto a partire dal XVI secolo). Esistono diversi possibili approcci per distinguere tra i quattro fonemi rappresentabili in Italiano standard con le lettere E ed O, il più radicale e probabilmente il più preciso è l’utilizzo di un differente alfabeto, nello specifico l’alfabeto fonetico internazionale, spesso chiamato semplicemente IPA dal corrispettivo acronimo in Inglese.

Usando l’IPA, i quattro fonemi rappresentati in Italiano standard con E ed O possono essere rappresentati con le lettere ɛ, e, ɔ ed o, dove la usuali e ed o vengono anche chiamate rispettivamente e chiusa ed o chiusa, mentre la ɛ e la ɔ vengono chiamate rispettivamente e aperta ed o aperta. Gli altri tre fonemi vocalici dell’Italiano standard, A, I ed U, sono rappresentante nell’IPA dalle usuali a, i, ed u, con la a sempre aperta e la i e la u sempre chiuse.

Una delle differenze fondamentali tra la lingua Siciliana, sia nei suoi dialetti isolani (le cosiddette parrati) sia nei suoi dialetti peninsulari (Calabrese Meridionale, Salentino e Cilentano), e le altre lingue della penisola Italiana, tra le quali l’Italiano standard, è il fatto che il Siciliano è una lingua pentavocalica, ha cioé soltanto cinque fonemi vocalici.

L’esatta ragione di questo fenomeno è ancora intensamente dibattuta, tra le teorie storicamente più popolari vi è quella di una tarda neolatinizzazione dell’isola, oppure quella di un lungo bilinguismo che avrebbe affiancato in Sicilia, Calabria, Salento e Cilento dialetti hellenici ai dialetti neolatini, ma il risultato è che data una originaria radice latina, l’esito vocalico nell’Italiano standard e nel Siciliano è differente, e possiamo predirlo con una certa sicurezza.

Questa predizione non è assolutamente certa, perché le lingue sono sistemi complessi e vari (alcuni linguisti si spingono a sostenere che ogni singolo essere umano parla diversi dialetti individuali a seconda del contesto e del proprio stato personale) a cui è impossibile applicare determinate regole meccaniche ed aspettarsi ogni volta risultati deterministici, e però l’osservazione ed il riconoscimento di questo fenomeno, conosciuto come sistema vocalico siciliano o vocalismo siciliano, ci permette di spiegare in maniera elegante e razionale il perché di determinate differenze tra Siciliano ed Italiano standard, il perché dell’esistenza di costrutti poetici altrimenti inesplicabili in Italiano standard come la rima siciliana, ma soprattutto il perché le vocali delle parole in Italiano standard cambino quando le stesse parole vengono utilizzate in Siciliano, e viceversa.