I commercianti denunciano assistiti anche dall’associazione antiracket locale e la polizia smantella l’intera cosca di Gela risalendo ai vertici della mafia della cittadina nissena.

Sono ventidue le persone arrestate nella notte dalla squadra mobile di Caltanissetta e dagli agenti del commissariato di polizia di Gela che  hanno eseguito, altrettante ordinanze di custodia cautelare, emesse dal Gip, su richiesta della Dda nissena, nei confronti di altrettanti esponenti delle “famiglie” Emmanuello e Rinzivillo, di “Cosa Nostra” gelese, nell’ambito di una operazione denominata “Redivivi”.

Sono accusate, a vario titolo, con le accuse di associazione mafiosa, finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e alle  estorsioni. Determinante  proprio la collaborazione di alcuni commercianti, che, con il sostegno dell’associazione antiracket “Gaetano Giordano”, nel 2014, hanno trovato il coraggio di denunciare gli esattori del “pizzo” raccontando le minacce e le intimidazioni subite.

Da lì, individuati gli estorsori, la polizia è potuta risalire al resto dell’organizzazione e a tutti gli altri traffici che si sviluppavano nel territorio gelese.

Con gli arresti di oggi, solo qjuattro dei  quali ai domiciliari gli altri in carcere, gli inquirenti ritengono di avere ricostruito i nuovi assetti di “Cosa Nostra” a Gela, di averne individuato il nuovo reggente, “decapitato” i vertici e sgominato l’organizzazione.

Il pizzo veniva imposto ad attività che operano all’ingrosso nel settore del riciclo. A denunciare sono stati soprattutto imprenditori che  operano nel settore del recupero del materiale ferroso e dei teloni di plastica che periodicamente vengono sostituiti per la copertura delle serre nelle campagne tra Gela e Vittoria nel Ragusano.

L’inchiesta ha potuto accertare l’esistenza di una sorta di ‘patto del ferro e del riciclo ‘ fra le famiglie Rinzivillo ed Emmanuello di Gela e quelle della “Stidda” di Vittoria. Non venivano solo taglieggiate le imprese fornitrici ma veniva imposto anche il servizio di guardania alle serre, alle imprese agricole e a tute le attività dell’area.ù

Parte dei ricavato dalle estorsione veniva reinvestito in un un fiorente traffico di stupefacenti che sarebbe servito al mantenimento delle famiglie mafiose sul quale le indagini non sono ancora concluse anche se hanno portato già a diverse imputazioni