“L’ho giurato davanti a Dio: io chiuderò gli occhi quando mio marito sarà riconosciuto innocente…”. Maria Timpa, vedova Giovanni Mandalà, l’uomo accusato della strage di Alcamo del 1976 morto da ergastolano per un tumore nel 1998, ha tenuto fede a questa promessa e oggi con i suoi figli (Giuseppe e Benedetta) e con Giuseppe Gulotta, un altro dei protagonisti di questo controverso caso giudiziario, ha ascoltato la sentenza della corte d’appello di Catania che ha riconosciuto l’innocenza di Giovanni Mandalà, appunto suo marito.

“Io sapevo che mio marito era innocente. L’ho sempre saputo fin dal primo momento in cui è cominciata questa storia e anche dopo le tante cause che si sono susseguite”, dice la vedova Mandalà poco dopo la lettura della sentenza senza poi riuscire a trovare altre parole per commentare una vicenda tanto complessa quanto assurda e che rimane ancora uno dei tanti misteri italiani.

Come per Giuseppe Gulotta, che assolto nel 2012 dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria ha chiesto un indennizzo di 59 milioni di Euro allo Stato, adesso si profila una richiesta di risarcimento anche per Mandalà: “Essendo deceduto non ci sono precedenti in Italia, dobbiamo fare dei calcoli perché si tratta di un danno in parte ereditato e per un’altra un danno che riguarda i familiari visto che hanno vissuto una vita senza padre”, spiega l’avvocato Baldassare Lauria che con il collega Pardo Cellini ha seguito il caso.

I legali ipotizzano anche un ricorso alla Corte di Giustizia europea chiedendo che la Stato italiano risponda per tortura: “Nel 1984 la Repubblica ha firmato una convenzione a New York, impegnandosi a codificare il reato di tortura – spiega Lauria –  ma ad oggi in Italia la tortura non è ancora reato…”.
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