“Quello che non mi convince è proprio il concorso esterno”. E’ il commento di Giuseppe Lipera il noto penalista catanese. Intervistato da Lettera43.it, Lipera, spiega quali secondo lui sono stati gli errori delle procure antimafia e dei due metodi quello di Giancarlo Caselli e quello di Piero Grasso.

Dopo lo ‘scontro’ con il giornalista Marco Travaglio e la difesa del neo presidente del Senato Piero Grasso ospite della trasmissione ‘Piazza Pulita’, in onda su La7, di lunedì 25 marzo, Lipera ha commentato: “Grasso mi è apparso equilibrato. Mi pare una persona stimabile”.

Lipera da Catania osserva le vicende palermitane con un certo distacco. Lui che ha assistito l’ex funzionario del Sisde Bruno Contrada, prima inquisito da Antonio Ingroia per concorso esterno in associazione mafiosa, poi condannato a dieci anni, quindi assolto e successivamente ancora condannato.

Nell’intervista Lipera riflette sue due metodi quello utilizzato da Caselli l’ex procuratore di Palermo, che, dopo la trasmissione, ha chiesto l’intervento del Csm e quello da Grasso.

“Da una parte c’è lo slancio investigativo della procura di Palermo nella prima stagione antimafia dopo le stragi 1992-1993, con 650 ergastoli, quasi 9 mila persone indagate per mafia e oltre 3 mila rinviate a giudizio fino al 1999, come ama spesso ricordare il procuratore capo di Torino. Dall’altra, il ripensamento degli anni successivi in un’ottica più pragmatica, come la definisce ora il presidente del Senato, secondo il quale una correzione di rotta era necessaria alla luce delle frequenti sconfitte giudiziarie patite dal pool nel momento in cui la navicella inquirente bucava la cupola mafiosa e provava a entrare nella stratosfera delle cointeressenze politico-istituzionali”.

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