Sei ore di audizione in commissione nazionale antimafia. Sei ore filate a parlare di corruzione, di infiltrazioni mafiose e del ruolo degli imprenditori nelle inchieste che hanno riportato l’Italia ai tempi della Tangentopoli di Mario Chiesa. Nulla cambia, dunque? Il presidente di Confindustria Sicilia e delegato per la legalità nell’esecutivo nazionale presieduto da Giorgio Squinzi, non è d’accordo. O meglio è propositivo.

In commissione nazionale antimafia, avete parlato, anche alla luce degli arresti del Mose dei giorni scorsi ma anche dello scandalo Expo, della necessità di escludere dagli associati di Confindustria, anche quegli imprenditori che corrompono il sistema politico. Come si attuerà questa direttiva di Confindustria?

Quando abbiamo deciso di espellere gli imprenditori che non denunciavano il racket, abbiamo rotto un meccanismo radicato. E l’effetto è stato rivoluzionario grazie anche al lavoro delle associazioni antiracket, della Fai e all’impegno straordinario e senza precedenti delle forze dell’ordine e della magistratura: per la prima volta la sanzione sociale si è rivelata più forte della paura della mafia. La stessa cosa vogliamo che accada sulla corruzione. Gli imprenditori che lottano ogni giorno per lavorare in un mercato libero, hanno il dovere di denunciare i corrotti che ci taglieggiano e, al tempo stesso, segnare una netta linea di demarcazione con chi sceglie la strada delle scorciatoie, danneggiando tutti.

Parla di sanzione sociale e riecheggia il messaggio del premier Renzi: i politici corrotti devono stare fuori dall’amministrazione. Esclusi.

In questo paese manca una cosa fondamentale che è appunto la sanzione sociale che è peggio di quella giudiziaria. Il problema è culturale dell’imprenditore. La sanzione sociale per come la intendiamo noi colpisce chi corrompe e chi con concorrenza sleale impoverisce l’intero sistema economico. Certo è importante anche la certezza della pena.  Il modello della lotta al racket è applicabile così come bisogna prevedere una premialità per chi collabora. Renzi ha detto una cosa giusta: i politici che sbagliano una volta non possono rientrare nella politica, come gli imprenditori che falliscono non possono più operare in proprio.

In Sicilia, nel 2005 proprio a Caltanissetta è stato redatto il codice etico da applicare nei confronti di quegli imprenditori che si fosse scoperto non denunciavano la mafia. Negli anni alcune espulsioni sono state attuate. Ma altri imprenditori, successivamente, sono risultati coinvolti in inchieste. Il sistema del codice etico di Confindustria Sicilia, è migliorabile? Si sente di tracciare un bilancio sull’esperienza Siciliana che può essere un modello?

Il bilancio non può che essere positivo. Il nostro codice, partito da Caltanissetta e poi esteso nel 2007 alla Sicilia e nel 2010 a tutto il Paese, ha dato agli imprenditori la certezza di non essere più soli. Oggi c’è una Confindustria che incoraggia la denuncia. Certo una buona percentuale di imprenditori continua a pagare e ancora si deve fare tanto. Anche perché la mafia ha affinato i suoi metodi: ti offre le forniture, ti procura le commesse, si insinua nelle programmazioni industriali, crea e gestisce i rapporti sindacali all’interno delle aziende. E questo strozza e condiziona la vita delle imprese ancor più che il pagamento del pizzo. È per questo che non bisogna mai abbassare la guardia.

Sicilia: l’accordo, siglato al Nazareno, per una riapertura del dialogo fra Pd e governatore Crocetta è un punto di partenza accettabile da Confindustria viste le critiche che lei ha più volte posto all’operato politico di questo esecutivo? 

Quello che Confindustria ha sempre fatto è richiamare la politica a un clima di maggiore collaborazione. Il governo Crocetta, senza il supporto del Parlamento, può far poco. Bisogna portare avanti nuove riforme. È per questo che abbiamo chiesto un salto di qualità, senza conflitti sterili. Una svolta senza indugi e senza giochi di potere. Ed è sempre per questo che se si è riaperta una stagione di dialogo, non possiamo che accogliere questa notizia con fiducia.

Molti però le contestano il fatto che critichi il sistema politico siciliano e poi mantiene in giunta la presenza dell’assessore alle attività produttive, Linda Vancheri.

Confindustria è filogovernativa, nasce cento anni fa con l’obiettivo di ottenere più risultati per le imprese e per questo sostiene in linea di massima le azioni dei governi; se sbagliano, li avverte e propone strade alternative. Nulla di speciale, nulla di scandaloso, noi ci rivolgiamo a tutta la politica. Quanto all’assessorato, Confindustra ha uomini importanti e in gamba sia a livello nazionale che regionale, un serbatoio di professionalità, un vivaio di gente competente che viene dal mondo del fare. Quando vogliono accedere al mondo della politica sono liberi di farlo. D’altronde il codice etico impedisce a noi che ricopriamo incarichi negli organi di confindustria di non fare politica attiva, non lo vieta ai nostri dirigenti. Solo in Sicilia questa cosa fa scandalo: Federica Guidi è un imprenditore e fa il ministro. In realtà la politica o la mafia, in Sicilia, gestiva tutti i posti di governo o di sottogoverno. E’ questo che dà fastidio. Quanto a noi, Confindustria non dà assessori, è la politica che li richiama.

Con i nuovi incontri che si terranno fra Pd siciliano e governatore Crocetta si prevede di stilare di fatto un nuovo programma di governo. Quali sono le priorità secondo lei?

Non penso che basti un accordo solo con il Pd o al suo interno. Ci vuole un’intesa generale all’interno del Parlamento siciliano. Detto questo, la prima cosa da fare sono riforme veloci e soprattutto uomini di grandissima qualità senza spartizione politica. Dobbiamo capire che la Sicilia deve competere anche con altre regioni che sono già più avanti di noi. Puglia, Marche hanno piano di investimenti, noi no.